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Lo smart working non è “semplice” lavoro da casa

Le testimonianze “dal basso”, delle persone che si conoscono, sono sempre più “vere”, in termini di intenzioni. Sono voci che vanno oltre la semplice intervista, e sono la parte più “antropologica” di StereoType. In questo caso sono citazioni di “amici” in qualità di “lavoratori” (e viceversa) che stanno affrontando il “nuovo mondo” del lavoro in quarantena. Per molti lavorare da casa non era un’abitudine, anzi, è stata una costrizione a cui si sono dovuti abituare per forza, e anche velocemente. Così, perfino in “Fase 2”, continuano a sperimentare un senso di “reclusione” senza benefici o addirittura con meno benefici rispetto al classico “lavoro in ufficio”. Il tutto a causa del famigerato “smart working”. Ma la colpa non è sua, siamo noi (italiani) che gli diamo il significato sbagliato, e da lì tutto il resto a cascata…

Dàgli all’untore!

Per l’ultimo articolo in quarantena serve prima una precisazione linguistica, visto che soprattutto l’Italia, dopo la Cina, è stata additata come “untrice” d’Europa. A parte che cronologicamente non è vero, il termine ha comunque una carica negativa derivante dal passato e infatti da tanti anni si cerca di dismetterlo, ma ogni volta che arriva un’epidemia, pare che non se ne riesca a fare a meno…