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Sheila Ribeiro, arte che invita al “non-dominio sulle cose”

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Ci sono mostre, e mostre. Arte molto estetica, senza contenuto. O tanti contenuti, senza arte. Quella dell’artista brasiliana / canadese (e molto italiana) Sheila Ribeiro, classe 1973, riesce a combinare entrambi nella sua prima collaborazione con la galleria PostmastersROMA. Diretta da Paulina Bebecka e Eugenia Carabba, è la filiale romana della newyorkese PostMasters. Un forte impatto estetico, con un ancor più forte contenuto, a cui bisogna dare il giusto tempo di emergere fino alla fine della sua profondità...

Foto e video provengono dalla mostra Neither National Nor Geographic di Sheila Ribeiro. A Roma, prima di trasferirsi a New York, fino a sabato 18 giugno 2022 presso la Galleria newyorchese PostmastersROMA. Via Giovanni Mario Crescimbeni, 11. Vicinissima a Palazzo Merulana. Nuove realtà artistiche che stanno animando due rioni storici della capitale, Monti ed Esquilino, che si toccano proprio al confine di Via Merulana. Photo credits Sheila Ribeiro/PostmastersROMA

Ispirandomi al noto marchio statunitense di documentari National Geographic

“La mia mostra si chiama Neither National Nor Geographic” (trad. Né nazionale né geografico o sarebbe comunque meglio dire Né National Né Geographic). “Come puoi immaginare, è un lavoro a proposito dell’esplosione delle geografie, delle nazioni, ma soprattutto della visione colonizzatrice sulle cose, luoghi, persone. Per farlo ho utilizzato la dimensione del documentario tradizionale”, dice l’artista dopo il vernissage che ne ha visto la proiezione. La “mostra-collage” è visitabile fino al 18 giugno 2022, prima del trasferimento a New York. E già siamo dritti al punto.

“In questo tipo di rappresentazione della vita c’è un taglio coloniale della ‘verità’

della ‘realtà’ o anche della ‘scienza’ standardizzata in temi, ‘contenuti’ e soggetti. È lo status quo. È fisso. Ed è una visione del mondo imponente. Questo lavoro propone il contrario: l’accettazione della parzialità nelle esperienze dell’abitare, che sono nebulose, modulari e procedurali”. Neither National Nor Geographic “invita al non-dominio delle cose“, continua Sheila Ribeiro, “ma alla sua composizione. Ci invita ad accettare il transito, la trasversalità. In questi vari mondi che esistono, non partecipiamo a tutti. NNNG dice: la dominazione deve finire. Affrontiamo la cosa come cosa”.

Tailor

Arte concettuale? Se c’è qualcosa che essa non riesce a conquistare facilmente

risiede in una sorta di “sfasamento” tra ciò che l’occhio vede, ciò che il cuore sente, e ciò che l’artista voleva comunicare. (O meglio post-concettuale, rispetto all’ondata originaria partita dagli Stati Uniti negli anni ’60). La visione può rimanere, cioè, piuttosto fredda a primo impatto. Il che è forse già un ossimoro per l’arte. Oltre al fatto che sembra sorprendente che proprio l’“arte del concetto” sia oggi la più diffusa. In un periodo storico, cioè, in cui la gente fatica visibilmente a leggere, soffermarsi, darsi tempo. Un’arte fuori da ogni stereotipo, si direbbe, quasi in controtendenza – e cioè come dovrebbe sempre essere l’arte! Ma forse non è un caso che già nel 2016, le persone chiedevano a internet: “perché non capisco l’arte contemporanea?”

Ma non è “freddezza” quella che Sheila Ribeiro porta in sala

E nemmeno solo concetto, nonostante ci sia eccome e stia più a fondo di quello che si può percepire di primo impatto. Comunque un impatto. Come ci fosse un ponte “giocoso” in grado di mettere in comunicazione l’arte e l’intento. Già dal comunicato stampa ci eravamo incuriositi a leggere di una mostra che avrebbe cercato di creare una sorta di “archivio atemporale del qui. La Ribeiro ce lo spiega così: “Condividiamo uno spazio colorato e fluorescente che ci conduce maternamente alla strada, all’infanzia e al consumo. Una miriade multidimensionale e pluri-vettoriale di stimoli trasforma l’opera in dati e, trasversalmente, le informazioni codificate. Una borsa, una nonna, una dimostrazione, uno sticker per chat sono equiparati a cosmi, a poteri, a collage stessi: tu, un’installazione, un film e una serie di collage interconnessi che vanno a comporre il/i mondo/i – ora”.

La scelta della Ribeiro si esplica quindi in un richiamo

Importante, breve, immediato, efficace. Quasi un grido colorato, per ritrovare anzitutto questo “fermarsi”. Allestire piccoli quadri in classico stile, incastonati in una sala inondata di “scritte” luminescenti, graficamente disordinate, talvolta sbagliate. Come vecchi e nuovi writer si divertono a “imbrattare” i muri della città. Leggere poche parole è ancora qualcosa che riusciamo a gestire. E quelle della Ribeiro sono vere e proprie “tag” impresse sul muro, ma che potremmo ritrovare in qualsiasi social network contemporaneo. Facendo così del tag, non il semplice fondo di un post, ma un pezzo dell’opera stessa.

Hair

Cornici grafiche fatte di verde, oro…

colori che la mente rimanda subito al Brasile. Sau Paulo in particolare, dove Sheila Ribeiro si origina, ma in cui non riesce a ri-siedere per troppo tempo… Esplodendo nel fuxia? Un’esigenza personale, di vita, che ha del naturalmente umano, e che poi ovviamente si riflette nella creazione. “Sempre in transito, coabitando con contesti parzialmente o completamente estranei uno all’altro”, si legge in bio. Quella “vera”, dell’artista. In cui compaiono (almeno) anche Roma, Beirut e Montreal.

Post-convergent. È così che l’inglese definisce l’arte di Sheila Ribeiro

In realtà. Oltre il grande calderone del “concettuale” odierno. Termine che in Italia non è ancora arrivato, e che intende questa quasi-impossibilità di dis-connessione. E nonostante questi stessi mondi, di cui l’artista parla, si dimostrino spesso “disconnessi e non-connettibili”…?

“Mi piace questa domanda”, commenta la Ribeiro

“Per me, questo aspetto dell’irrelato, eppure convivente, ha molto a che fare con il mio interesse per le esperienze migratorie. Trovo affascinante che le persone convivano negli stessi spazi territoriali e a volte non abbiano alcun tipo di relazione. Se non in alcuni contesti istituzionali (come negli ospedali) o di consumo (come nei grandi supermercati). In generale, le loro vite sono parallele. La penso così anche per quanto riguarda la soggettività e le tante migrazioni e gli stranieri che abbiamo dentro ognuno di noi e nei viaggi che facciamo anche nelle nostre transizioni di età. Ho lavorato sulla comprensione dei sistemi culturali – siano essi comunicativi, centralizzati, sotterranei, diasporici, istituzionali, eccetera. Ambienti con proprie modalità di funzionamento, drammaturgie”.

Se cerco “post-convergente” in italiano trovo solo la filosofia a rispondere

E se è vero che “i mondi virtuali sono un esempio di mezzo post-convergente dell’inizio del 21° secolo”, dice Wikipedia, e che essi presentano sempre “una complessa matrice di relazioni interdipendenti tra elementi multimediali come suono, visione, rete, tempo, interattività e altre tecnologie precedenti”… In questa prospettiva, “nessun singolo elemento mediatico esiste senza gli altri e tutti si influenzano a vicenda. Anche se non allo stesso modo. Eppure, nonostante questo, un utente può scegliere di concentrarsi solo su un singolo aspetto”.

Questo è “il potenziale per un ricco coinvolgimento dentro e tra gli agenti all’interno di un mezzo”

Filosofia allo stato puro, appunto. I riferimenti enciclopedici puntano dritti a Gilles Deleuze che parlava di reti di relazioni che non si distinguono per forma o funzionalità. O Anna Munster che parlava di quelle tra incarnazione e tecnica, in cui sia l’artista/compositore che l’utente/fruitore diventano nodi interdipendenti. Ed è così che si possono raggiungere diversi livelli di astrazione e composizione.

Shibuya

Un “disegno in digitale”, e non solo, visto che c’è tanto di analogico nel collage

intrinsecamente manuale, e che la Ribeiro compone partendo da “immagini dal proprio archivio personale e opere passate” che si incontrano con “quotidiani, magazine e libri”. Trasformando così singole, piccole opere “frammentate”, in un’opera unica. Una “sceneggiatura” che è insieme un “puzzle”, che è insieme una “mappa”.

Nonostante il titolo e nonostante di mappe, in fondo, non si parli

Come Sheila Ribeiro ci spiega: “Neither National Nor Geographic è un ambiente meticolosamente progettato per sensibilizzare, creando pulsazioni e attivazioni in ogni persona. Come se fosse uno specchio rotto dei suoi riferimenti. Attraverso innumerevoli stimoli di codici, tensioni e ritmi che creano confusione ed emozione. È un invito a guardare più attentamente e a comprendere con ogni sguardo altri strati, possibilità o prospettive sulle cose. Nulla nell’opera ha un solo significato”. A proposito di questo, la mostra non poteva non piacere a StereoType, perché l’essere in qualche modo affamati di prospettive è il primo passo per superare ogni stereotipo che a queste stesse “cose, persone, luoghi” si lega inesorabilmente, anche e soprattutto nella realtà, con la tendenza a non lasciarli più. Perfino nel caso in cui la realtà stessa cambi.

Questa è la rappresentazione della continua “tensione tra immaginario e realtà”

Qualcosa che in fondo viviamo ogni giorno con “normalità”. Anche se da poco tempo. E che alla fine, in un apparente paradosso, non ha né geografia, né tempo, né controllo: “La forza di questo lavoro è l’invito a creare nuovi sensi su ciò che già c’è; è uno stimolo a guardare le cose del mondo senza certezze e a dialogare con esse; è l’attivazione della responsabilità dell’interlocutore nel dover creare movimento dentro di sé”, continua Sheila Ribeiro. “L’affermazione dell’opera è un invito a prendere coscienza delle cose; è un invito a dubitare delle percezioni locali-culturali-personali normalizzate per comporre sé stessi e scegliere senza trappole storiche. In questo lavoro, ci sono proposte e stimoli, ma non letture date, poiché i sensi pret-a-porter sono stati rifiutati. È un invito a fare collage con sé stessi”. Tant’è che l’artista invita a portare con sé anche i propri ricordi.

A proposito di letture, “la presenza della letteratura” un aspetto particolarmente “importante per me in questo lavoro

“La letteratura ha questa possibilità di disconnettere, connettere e riconnettere. L’aspetto del disconnesso-non connettibile mi è apparso evidente nel processo di traduzione del testo che accompagna il film. Ad esempio, il testo poetico-letterario tradotto dalla grande scrittrice Padma Viswanathan (travestito da sottotitolo del documentario) cita, nella versione italiana: ‘Eritrea’. Nelle versioni portoghese e inglese, rispettivamente ‘America Latina’ e ‘Asia meridionale’. È più importante ciò che ciascuna di queste sfere può significare per gli interlocutori che parlano queste lingue, piuttosto che il luogo ‘in sé’. Se esiste una cosa del genere. Il collage rende possibile questo divertimento nel creare tensioni e spostando percezioni: sono lacrime, riferimenti, enigmi. Un uccello sul naso del premio Nobel Wangari Maathai, una sfilata di moda in piena guerra, seni fatti di monete persiane. Sul muro, ‘barechest‘ è camicia aperta a Barcellona, corpo delle spiagge e petto squartato in una guerra. Questa è la mia idea di città”.

Tsunami

A chiudere, non poteva non colpirci un riferimento ai “saggi artisti anonimi”

banksiani come siamo! La Ribeiro sente di appartenervi, oltre ai nomi di grandi istituzioni già riconosciute. Grandi nomi che di solito non citiamo per dare più spazio al “laterale”, come lo definisce lei stessa, che spesso però è più importante. Perlomeno per dare una visione più completa sul tutto. Talvolta addirittura sottraendo. Un artista, Banksy, il primo forse capace di dichiarare con fermezza che oggi (o fra poco) “l’anonimato è tutto”. La tecnologia è persa nella sua stessa corsa, solo l’arte, per prima, poteva fiutare un discorso del genere: “Ho trovato molto interessante che tu abbia citato un piccolo dettaglio scritto nella mia biografia”, commenta Sheila Ribeiro. “Quando devo presentarmi faccio fatica a sottolineare le ‘grandi realizzazioni in grandi luoghi’. In primo luogo perché penso di essere sempre stata laterale rispetto ad esse, in secondo luogo perché non credo che rispecchino le arti”.

Vogue

In un certo senso, a questa domanda si può rispondere con l’opera stessa

“metà del film presentato in mostra è composto da scene di persone anonime che piegano i vestiti. Questa scelta dice molto sulla tua domanda. Piegare i vestiti è una cosa quotidiana, presente, invisibile, come se non ci fosse la poesia. Tuttavia, la piegatura dei vestiti esiste ed è uno spazio di intimità. Di scambio, di relazione con la vita quotidiana, con le seconde pelli, con questa pre-produzione per il mondo esterno. Dare valore alla piegatura dei vestiti è quasi una metafora dell’argomento di cui stiamo parlando”.

“Non sono né contro né a favore di istituzioni o artisti, noti o meno

Ciò che mi interessa è il significato che viene dato e ciò che viene fatto con ciò che viene prodotto. Citare istituzioni artistiche rinomate e partecipare ai loro ambienti non è necessariamente un problema. Ma l’approvazione e la convalida hanno i loro spazi, che possono riprodurre strane dinamiche politico-economiche. Il mio lavoro si svolge in innumerevoli scambi riservati e credo che questo sia un modo di produrre arte e cultura. La questione di chi fa e dove si trova l’arte è un argomento molto complesso. Esso è stato discusso sulla base delle origini storiche del significato di museo e della storia stessa dell’accesso alla realizzazione e alla condivisione delle manifestazioni artistiche-culturali. Mi interessa sapere dove sono le cose vitali nascoste, desiderando che qualcuno voglia conoscere il mio lavoro che per molti è anch’esso nascosto”.

Non poteva essere altrimenti.

Ricordo quando – la conoscevo poco e anche ora rimane una persona per me quasi eterea nonostante la sua concretezza – un giorno Sheila mi disse: “Bella questa cosa che hai fatto”, indicandomi sul lavello di cucina un piattino sbeccato che era diventato un portasapone e relativa tazzina del caffè senza più manico, il porta-spugna. La guardai sorpresa, abituata ai soliti commenti dopo queste mie operazioni di recupero (la “pecionata“!). “Colpa” della nonna che mi ha cresciuta e che raccontava della guerra. Così che era sempre indaffarata a recuperare tutto. Tanto che oggi mi ritrovo a guardare vecchi oggetti quasi con tenerezza, come a dire: “anche voi ne avete fatto di strada”. “Ti piace la composizione?” forse le chiesi. Ma Sheila rispose: “no, mi piace che hai pensato a salvarli dandogli una nuova vita… io faccio molta attenzione a queste cose”. E io mi sono sentita capita per la prima volta dai miei tempi infantili. Ed è proprio questo il concetto che trapassa il cuore.

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