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Il giornalismo sui social e la gestione del conflitto

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La contrapposizione tra giornalismo tradizionale e “nuovi media” (che tanto più nuovi, ormai, non sono) è stata ampiamente sviscerata, nelle differenze, analogie e sovrapposizioni. L’agenzia Global Web Index ha stimato che l’informazione è motivo di iscrizione ai social per il 42% degli europei e il 52% dei nordamericani. Che a loro volta sono più legati a specifici network o testate – il 36%, mentre l’Europa nemmeno rientra in questa classifica.

“Primo ad andare, ultimo a sapere. Difenderemo fino alla morte il vostro diritto a essere disinformati”, nella redazione di “Stars&Stripes”, Full Metal Jacket

Il Censis riporta come i telegiornali siano ancora i più seguiti, ma che nel triennio 2017-2019 questi abbiano visto un calo di spettatori del 5,9%. Mentre Facebook, nello stesso arco temporale, ha aumentato del 5.4% gli utenti che usano il mezzo per rimanere aggiornati.

Dunque, la sfida per il giornalismo e i giornalisti è rafforzare la presenza in rete, costruire un rapporto con gli utenti e garantire qualità dell’informazione. Solo così si potrà recuperare la reputazione perduta. Secondo l’Edelman Trust Barometer, infatti, poco più della metà dei fruitori ritiene che i media perseguano solo i propri interessi e non quelli della collettività.

Per cambiare questa tendenza servono strategie di lungo periodo.

Per esempio, non tutto delle diaboliche strategie di marketing giornalistico è da buttare – o comunque, lo si deve rimodellare. Il coinvolgimento, l’emozione, l’empatia sono importanti per creare legame con i lettori, senza scadere nel sensazionalismo (che non è certo una novità di internet, lo Yellow Journalism è di fine Ottocento, chiedere al cittadino Kane). O, peggio ancora, far abboccare al click baiting.

Essere accattivanti ha la sua importanza nella narrazione, purché ovviamente ci sia sostanza. La credibilità non passa necessariamente dalla noia o dal grigiore razionalista in stile sovietico. “Più che cercare l’effetto, lo shock, dobbiamo puntare a meravigliare. Anziché indignare è meglio attivare”, sintetizza Bruno Mastroianni, giornalista e social media manager.

È vero che la competizione, la concorrenza è altissima, ma la fretta e soprattutto la superficialità non servono. I dati vanno letti, il pubblico non va trattato da stupido.

Esempio.

Nel 2017 girò una foto che insinuava la presenza di Maria Elena Boschi e Laura Boldrini ai funerali del boss mafioso Totò Riina. Tutti i principali quotidiani si sono spesi in articoli contro questa palese bufala, sottolineando l’alto numero di interazioni che il post aveva generato.

Al di là del fatto che qualcuno abbia sbagliato a riportare il numero di condivisioni, moltiplicandole per 10 (un’agenzia scrisse 14 mila invece di 1400), sarebbe bastato “scrollare” per capire che quasi tutti i commenti, a centinaia, erano di persone ben consce della falsità della foto – o meglio, della decontestualizzazione della foto. Esagerare la stupidità degli utenti è comunque un tipo di mistificazione, che non aiuta a costruire un buon rapporto.

Le responsabilità dei giornalisti e del giornalismo sono cresciute esponenzialmente per via dei social, visto che praticamente non si stacca mai. E lato pubblico e privato non sono più così nettamente distinguibili. Bisogna fare attenzione tanto a cosa si pubblica quanto a come si interagisce o si risponde nei litigi online – anzi, onlife, secondo la definizione di Luciano Floridi, filosofo e docente di Etica dell’informazione all’Università di Oxford.

Due casi di “scuola”, giornalisti (addirittura) licenziati.

Danny Baker è stato cacciato dal canale radio della BBC per la foto di uno scimpanzé vestito di tutto punto con la didascalia “il royal baby lascia l’ospedale”. Cattivo gusto? Probabilmente sì. Ma perderci il posto di lavoro? Quantomeno discutibile.

Così come il licenziamento di Justine Sacco, del gruppo mediatico IAC. Prima di volare verso il Sudafrica, la Sacco ha avuto la non brillantissima idea di twittare una battuta. “Sto andando in Africa. Spero di non prendere l’AIDS. Scherzo, sono bianca!”. Ora, può essere un’affermazione razzista, ma potrebbe essere anche la consapevolezza del “privilegio” bianco sull’informazione, la prevenzione, l’accesso alle cure.

Evidentemente si è optato per il razzismo, perché il pubblico non sarà stupido come lo si dipinge, ma è spesso permaloso e il più delle volte per interposta persona. Prendendola dal lato opposto, era proprio necessario fare humor nero, non sempre di facile interpretazione, se si è giornalisti? Ma. anche appurato l’errore, il licenziamento è un provvedimento proporzionato ?

Questo è anche un esempio – volendo aggiungere un livello di lettura del fenomeno – di come ci sia un deleterio cortocircuito tra giornalismo e comicità. Per cui (rimanendo all’Italia) Luttazzi e Grillo vengono (o venivano) ascoltati per avere controinformazione genuina, mentre Travaglio e Scanzi si esibiscono a teatro, mettendo qualche ilare battutina nei loro spettacoli.

In generale, essendo il mondo social poco incline all’oblio, la polemica dura generalmente poco, ma le prove possono rimanere praticamente in eterno. Un giornalista che intenda sobbarcarsi l’onere di esprimersi online, deve camminare sulle uova. Soprattutto quando arriva il dissenso con i lettori e gli utenti.

Rispondere a tutti e su tutto è un inutile spreco di energie e tempo, non rispondere mai rende praticamente inutile essere sui social.

Un utente, spiega Mastroianni, commenta principalmente con lo scopo di:

E gli argomenti possono essere:

Dalla combinazione di scopo + argomento si può arrivare a una cernita di chi merita replica. A sua volta ci sono diversi livelli di dialettica. Si potrà

Bisogna anche tenere conto che cercare di confutare ad ogni costo la tesi avversaria ha senso solo se l’argomento è rilevante. Inoltre, il ricorso a fonti, prove, documenti potrà non convincere l’interlocutore. Anzi, è molto probabile che ognuno resti sulle sue posizioni, ma magari servirà per gli altri utenti che stanno scorrendo tra i commenti.

La discussa installazione a Palazzo Strozzi, Firenze

Contrattaccare con veemenza è di solito controproducente, anche se può generare consenso (vedi Burioni) e/o ilarità. Emblematico il caso di INPS per la famiglia: “se sa farsi un selfie con le orecchie da coniglio, sa chiedere il PIN”. Il social media manager del momento sarà anche stato (comprensibilmente) frustrato dalla scarsa competenza dell’utente, ma deve anche ricordarsi che rappresenta un’istituzione.

Ne è certamente uscito meglio il profilo di Palazzo Strozzi di Firenze, che ha raccolto molto dissenso per un’installazione di gonfiabili lungo il perimetro dell’edificio rinascimentale. In questo caso, l’istituzione culturale ha scelto una via ponderata. Ha riconosciuto valide (in parte) le critiche all’installazione, ma ha sottolineato in maniera convincente come questa fosse finalizzata a sensibilizzare sul tema dei migranti e dei rifugiati.

Un caso positivo di come dalla contestazione si sia aperta una possibilità di dialogo.

 

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