Gender

La “dittatura” del politicamente corretto (nun se po’ più dì)

biancaneve

A sentire le discussioni sui media (non solo sui social) sembra sia in atto una guerra all’ultimo sangue tra dittatori del politicamente corretto e paladini della libertà di espressione (o di insulto?), secondo cui “non si può più dire niente”. Ma non sempre la percezione coincide con la reale portata di un fenomeno, spesso più marginale di come appaia.

Si può essere d’accordo su pregi e difetti del politicamente corretto, senza prenderlo come un bene o un male assoluto. Per definizione (Treccani), è semplicemente l’uso di un linguaggio più rispettoso e senza discriminazioni per genere, orientamento sessuale, etnia, religione, disabilità.

Dall’altra parte si può contestare una (in certi casi) eccessiva edulcorazione del linguaggio, che porta a una meno immediata comprensione, tipo spazzino-operatore ecologico o bidello-operatore scolastico – non che non ci fosse del classismo, anche inconscio, nei confronti di certi mestieri.

Ed è anche vero che certe volte si cade in una deriva moralista da fare invidia a Catone, che si perde in aspetti meno rilevanti rispetto al quadro generale. C’è chi non aspetta altro che fare le pulci su qualunque cosa, pena massima un giorno di indignazione sui social. Ma quanto di tutto questo accade nella quotidianità reale (a meno che diamo per reali gli effetti degli altrimenti irreali social)?

Via col Vento, uno degli esempi di come alcuni media abbiano trattato l’argomento in maniera poco corretta

I problemi sono principalmente due: da una parte la distorsione mediatica, dall’altra la mancanza di flessibilità, che dalle indicazioni generali deve permettere di valutare caso per caso, con qualche deroga. Esempio: la legge impone un limite di velocità, ma in caso di un’imminente gravidanza non si farà certo la multa.

Una deriva di cui si parla molto è quella della cancel culture, che vorrebbe eliminare ogni riferimento sessista, razzista, omofobo dal passato, che siano statue, opere d’arte, letterarie, cinematografiche. È superfluo aggiungere come non si possa guardare al passato con l’ottica del presente, è stato detto e ridetto. Anzi, potremmo essere contenti dei progressi fatti, che oggi renderebbero inaccettabili alcuni contenuti.

Anche su uno stesso segmento è necessario fare dei distinguo, come per l’annoso problema delle statue. Non si possono mettere sullo stesso piano Churchill, Gandhi o uno schiavista sudista degli Stati Uniti. Banalmente perché la statua a Churchill viene eretta per la lotta al nazismo, non per gli eccidi in India; quella a Gandhi per l’attivismo politico non violento contro i colonialisti inglesi, non perché disprezzasse i neri. Mentre uno schiavista non faceva molto più che possedere schiavi. Poi ogni amministrazione farà le sue valutazioni.

Ma dal criticare giustamente la cancel culture al credere che questa stia pesantemente influendo nella società, censurando a destra e a manca, ce ne passa. Se questi cambiamenti dovessero mai avvenire, sarà per una mutata sensibilità collettiva, quindi non c’è molto da temere.

I casi Biancaneve e Via col Vento sono emblematici. Il lungometraggio con protagonista Rossella O’Hara non è stato eliminato dai cataloghi dello streaming, ma vi è stata aggiunta una dichiarazione che contestualizza il film all’epoca in è stato realizzato. Poi si può discutere se così non si vada ad atrofizzare la capacità critica del pubblico, ma il film là sta.

Vignetta di Antonio Cabras

Su Biancaneve invece si è cominciato a condividere, con preoccupazione da guerra nucleare, un editoriale di una testata di San Francisco che “denuncia” il bacio del principe, cui Biancaneve non ha mai dato il consenso. Anzi, magari fosse stato condiviso l’editoriale, almeno si sarebbe capito che si trattava di un’opinione persa nell’oceano delle opinioni che non spostano una virgola. Si sono condivise solo frasi allarmiste, prive di fonte, che parlano di censura alla favola. Finché un po’ tutti sono venuti a sapere di una notizia… inesistente. E anche se poi sono arrivati inviti alla ponderazione e a non cadere nel click baiting, ormai la valanga era innescata.

Ci sarebbe anche da aggiungere della chiusura del Dipartimento di Studi Classici all’Harvard University di Boston, università storicamente frequentata da afroamericani. Chiusura non dettata dal razzismo/sessismo dei maschi bianchi (greci o latini “bianchi”?) Platone e Socrate, come è stato fatto credere, ma dall’assenza di iscritti. E i corsi sono stati redistribuiti tra i vari piani di studio, non aboliti, perché considerati ancora fondamentali.

Appurato che la cancel culture, per quanto possa infastidire, non sia un vero problema, il mantra che si sente ripetere è “non si può più dire niente”. Finché non ti trovi un duo comico che si lamenta della dittatura del politicamente corretto in prima serata su Canale 5 (non proprio un ritrovo clandestino di carbonari).

Il discorso di Pio e Amedeo può pure avere alcuni punti condivisibili, sul fatto che ad esempio più della parola proibita conti il modo con cui questa venga usata. Prima però bisogna prima vedere cosa ne pensi il destinatario.

Pio e Amedeo, foto da Corriere.it

Ma anche qui bisogna fare delle distinzioni. Ad esempio, nella comicità o nelle forme creative ci sono regole diverse da quelle del giornalismo, ma un Vittorio Feltri (e non solo) si unisce alla battaglia. La deontologia giornalistica è un discorso completamente diverso, che necessita anche di standard formali.

Se è vero che l’artista non deve avere regole e confini, è anche vero che non basta auto-dichiararsi artisti o autori di satira per giocarsi la giustificazione “vale tutto” e non accollarsi i rischi. Tutto sta nel trovare un meccanismo, una costruzione che dia efficacia al proprio lavoro.

Per rimanere in ambito Pio e Amedeo, ci sono stati altri comici che hanno trattato l’argomento in maniera strutturata, di tutt’altro livello, in cui si riuscivano perfino a mettere termini “proibiti”. E in cui emergeva meglio l’assunzione di responsabilità, la consapevolezza che ad azione corrisponde reazione. Non basta trincerarsi nel “non si può più dire niente” e nel “e fattela ‘na risata”. Non si può pretendere che tutti siano auto-ironici e dalla risposta pronta, senza mettersi nella prospettiva dell’altro.

Le ultime mistificazioni sul deficit di libertà, in ordine temporale, sono sul ddl Zan. Il disegno di legge è un’estensione della legge Mancino del1993, che già prevede la discriminazione etnica e religiosa come aggravante dei reati. Con il ddl Zan, si aggiungerebbero le discriminazioni di genere, orientamento sessuale, identità e disabilità. Il che non vuol dire aggiungere nuovi reati, si parla di reati già esistenti come aggressione, propaganda o istigazione a delinquere.

Foto di Markus Winkler per Unsplash

Nessun intento “liberticida”, come protesta una parte del Paese, anche se non si capisce di quale libertà si parli. Quella di insultare resterà intatta, come dimostra la legge Mancino nei fatti. Quanti insulti ai meridionali, ai musulmani o anche ai cattolici, che non sono minoranza ma beneficiano della legge Mancino (eppure il CEI si oppone all’estensione Zan…), sono stati fatti pubblicamente dopo il 1993, senza clamorose conseguenze?

E sarà lo stesso dopo il ddl Zan, perché non esiste reato di opinione, solo di propaganda. Povia potrà tranquillamente continuare a scrivere pezzi come Luca era gay, insomma. Tra le motivazioni valide per criticare il ddl Zan non si può certo includere l’imposizione del pensiero unico.

Nonostante l’allarmismo, la libertà di espressione non è realmente sotto attacco, almeno non del nuovo “potere forte”, il politicamente corretto. Certo, ci sarà sempre chi si offenderà automaticamente per qualsiasi cosa e non avrà automaticamente ragione, va messo in conto. Ma riflettere di più sull’opportunità di cosa si dice, sulla sensibilità altrui specie se già vessato per vari motivi, sul senso di responsabilità personale, non è un male. E si continuerà a poter dire o ridere di tutto.

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