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In guerra per l’acqua

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Foto. YODA Adaman per Unsplash

Più del petrolio, della religione, dell’ideologia, del nazionalismo, di materie prime preziose. Tensioni regionali e guerre sono sempre più mirate a controllare la risorsa più importante di tutte: l’acqua.

Le civiltà si sono sempre sviluppate intorno all’acqua, necessaria per il sostentamento più diretto (bere) quanto per l’agricoltura. Nonostante i progressi tecnologici, non tutti sono riusciti ad ovviare alla scarsità idrica, investendo in costosi impianti per la dissalazione del mare (come gli Emirati Arabi) o per la depurazione dell’acqua fognaria.

Il Medio Oriente

Anche il tecnologicamente avanzatissimo Israele, in fondo, mantiene l’occupazione in territori come il Golan per approvvigionarsi alle fonti del Giordano. La questione sicurezza e difesa poteva valere decenni fa, quando le alture erano un punto di osservazione del nemico. Pensando all’uso di satelliti a disposizione, l’occhio umano e il binocolo hanno un sapore anacronistico.

La guerra per l’acqua trascende le condizioni di sviluppo. Non si è fermata ad antichi scenari di conquiste belliche e all’espansionismo di pragmatici condottieri desiderosi di acquisire ricchezze. Buona parte dei conflitti in atto o comunque degli ultimi 50 anni ha nell’acqua uno dei motori principali.

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Un militare italiano protegge diga di Mosul e interessi della ricostruzione. Fondamentale per l’approvvigionamento d’acqua nella zona, è diventata anche simbolo di resistenza e guerra al terrorismo islamico

Il Medio Oriente è uno dei tanti teatri. In Iraq, la diga di Mosul (appalto per l’italiana Trevi) ha un ruolo cardine, pur tra tutti gli interessi politici, religiosi (la resistenza allo Stato Islamico) ed economici (la ricostruzione del Paese) in ballo. In Siria la siccità è uno dei fattori che più contribuisce ad acuire la tensione e a mettere a rischio i trattati di pace. Senza dimenticare la necessità di un interlocutore che negozi la spartizione delle risorse idriche con la vicina e ben più fornita Turchia.

Il Nilo

Non lontano dal Tigri e dall’Eufrate, un altro fiume dalla grande valenza storica come il Nilo è al centro di contenziosi. L’Etiopia rischia di finire ai ferri corti con l’Egitto per i lavori lungo il Nilo Azzurro – la diga Grand Renassaince, appalto Salini-Impregilo (ora Webuild). Ma anche a sud il Kenya lamenta gli effetti della diga Gibe III, che ha fatto calare il livello del lago Turkana, alimentando tensioni fra le popolazioni locali.

Russia, Ucraina e l’Asia centrale

Anche se non è una guerra strettamente per l’acqua, quest’ultima ha un ruolo anche nell’invasione da parte della Russia. La Crimea è piuttosto arida e dipende dal fiume Dnepr. Dopo l’annessione del 2014, l’Ucraina letteralmente chiuso i rubinetti e i russi sperano così di togliere la penisola dall’isolamento. Una situazione simile al Donbass, dove si dipende dal Siverskyi Donets, che infatti è all’interno dell’area più calda del combattimento – riporta l’East Journal.

lago Ciad

Mappa del restringimento del lago Ciad, da Quora.com

Rimanendo in territori ex sovietici, le rivendicazioni di Tagikistan e Kirghizistan sul fiume Isfara sono già costate decine di morti da ambo i lati, a maggio 2021.

L’Indo

Spostandoci di poco a sud, India e Pakistan non sono mai stati i migliori amici. Oltre alla rivalità religiosa si contendono il Kashmir, non tanto per la lana pregiata quanto per gli affluenti dell’Indo che lì vi scorrono. Gli indiani, inoltre, condividono 54 corsi d’acqua con l’altro vicino islamico, il Bangladesh. Quest’ultimo teme di essere estromesso dalla cogestione del corso del Tista, su cui fanno affidamento numerosi abitanti.

Sud-est asiatico

Ancora più a est, a grande distanza dalla guerra del Vietnam rimane tensione nell’area, intorno al fiume Mekong. La sua acqua serve per irrigare le sconfinate risaie, prodotto fondamentale delle diete e delle economie locali. I già precari equilibri sono a rischio per la serie di dighe che ne modificano il regime e l’unica soluzione sta nella cooperazione tra gli Stati bagnati dal Mekong.

Diplomazia messa a dura prova

Questi sono solo alcuni esempi, ma la diplomazia scricchiola, per usare un eufemismo, in centinaia di altri posti in tutto il mondo, dal Sud America che protesta contro le privatizzazioni (Cile e Bolivia), al Nord del continente per gli interessi commerciali sul fiume Colorado fra Stati Uniti e Messico; all’Asia Centrale, intorno al Syr Daya, affluente del Lago d’Aral; all’Europa centro-orientale per le dighe lungo il Danubio tra Slovacchia e Ungheria.

Cambiamenti climatici

Inquinamento e cambiamenti climatici impoveriscono qualità e quantità delle falde e delle risorse idriche. Il lago Ciad, incastonato tra Niger, Nigeria, Camerun e (ovviamente) Ciad, sta progressivamente sparendo per via della desertificazione. E con esso sono a rischio milioni di persone che legano una già precaria economia a quello specchio d’acqua.

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Ismail Serageldin, “profeta” della guerra per l’acqua

Uno dei tanti aspetti da considerare per i flussi migratori, soprattutto quando politici sbrigativi si rifugiano in slogan vuoti come “aiutiamoli a casa loro” – come non avessimo arrecato già abbastanza danni.

La facile profezia di Serageldin

Senza scomodare Nostradamus o catastrofismi da film post-apocalittici, nel 1995 Ismail Serageldin, all’epoca vicepresidente della Banca Mondiale, “predisse”, o meglio seppe leggere una situazione già in corso. L’acqua sarebbe diventato il nuovo petrolio come causa scatenante di ogni nuova guerra. Almeno è un passo in avanti nella lista delle priorità.

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