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Floyd e gli altri: se c’è il video (forse) avrai giustizia

polizia los angeles floyd san valentino

La polizia di Los Angeles e San Valentino. Un biglietto che curiosamente esprime l’esatto opposto dell’Amore… quel “bell’odio” puro… ignorante, gretto e superficiale. Quello che rende gli uomini dei pezzi di carne senza niente.

Da qualche giorno la polizia di Los Angeles è di nuovo nel mirino per un fatto legato all’omicidio di George Floyd. Un poliziotto ha denunciato, in forma anonima e dentro il dipartimento, la circolazione di un biglietto da San Valentino che riportava l’immagine di Floyd con su scritto “You take my breath away”. Una frase che anche in italiano rende perfettamente il doppio senso che si voleva suggerire: “Tu mi togli il respiro”. Sappiamo che si può fare ironia su tutto. Ma ci sono 2 regole importanti quando si affrontano argomenti delicati come un omicidio: 1 il tempo che è passato 2 chi fa l’ironia su chi. Questo è solo un altro tassello di infamia, un’altra prova che non c’è rimorso, né empatia, né pentimento. Anche se non tutti i poliziotti la pensano così, permane l’omertà richiesta dalla corporazione. In ogni caso, di mezzo, c’è sempre “l’immagine”…

Ci siamo indignati tutti di fronte al video di Floyd. Immagini che ci hanno fatto provare molte emozioni, e tutte forti. Rabbia, ingiustizia, impotenza, paura, dolore. Quegli interminabili minuti di violenza, uniti all’indifferenza e completa assenza di empatia, riservate da Chauvin, con la complicità di altri poliziotti, a un uomo di 46 anni, annientato nel suo primo diritto alla vita, mentre chiaramente supplicava ai “difensori della giustizia”: “Non riesco a respirare”. E ancora “I will do it man”, “lo farò” quando lo intimavano a salire in macchina. Ma Chauvin non si è mai spostato da sopra il suo collo finché non è sopraggiunto l’infermiere a invitarlo ad alzarsi…

Un uomo che è diventato (l’ennesimo) simbolo di una “categoria a parte” che non dovrebbe esistere, soprattutto dove ha la sua patria. Ma ancora succede in un grande Paese dalle grandi contraddizioni, come gli Stati Uniti, dove vige una profonda integrazione (che in Italia ancora ci sogniamo), ma al contempo sembra ancora necessario parlare di afroamericans, e non americani e basta. Come fossero “immigrati clandestini qualsiasi”… (provocazione!)

indigenous people black lives matter

Los Angeles, California. Photo by Mike Von on Unsplash

Una categoria che sembra “un po’ meno uguale alle altre”, parafrasando brutte citazioni. Anche se poi non è l’unica e non è nemmeno quella “messa peggio”: lungi dal fare qualsiasi paragone o voler sminuire il movimento Black Lives Matter, che oggi chiede, giustamente e a gran voce, un supporto globale… comunque non si può far finta che non sia così. Un’indignazione tale che ha smosso la protesta dagli Stati Uniti al mondo intero, e questo ha ed è un effetto impensabile fino a pochi anni fa: è uno dei grandi pro di internet se oggi si conosce e si condivide così tanto, compresi sentimenti ed emozioni globali.

C’è un punto importante però e riguarda solo la forma: Floyd non è la prima vittima degli abusi di potere della polizia (nel mondo), è solo quello che è stato meglio documentato, scatenando un’indignazione globale senza precedenti. L’Italia in particolare, che come tutti ha seguito l’ondata di proteste, aveva già una serie di casi nostrani molto simili, se non uguali, alcuni molto noti, altri meno. Ma forse non è un caso che solo quelli più conosciuti sono riusciti ad andare avanti, grazie all’aiuto della pressione dell’opinione pubblica, ottenendo un minimo di giustizia… 

«Pubblicare quelle foto fu difficile. Dovetti discutere con i miei genitori, mia madre disse: ‘Stefano non avrebbe mai voluto mostrarsi così’, e io le risposi: ‘Stefano non avrebbe mai voluto morire così’. Capii che dovevamo dimostrare che stava bene prima dell’arresto e come era ridotto dopo, e il giorno del funerale decidemmo di scattare quelle foto. Se non lo avessimo fatto, non saremmo a questo punto». Ilaria Cucchi

floyd police bodycam

Un fotogramma da un secondo video, meno famoso, dalla bodycam del primo poliziotto che fermò George Floyd per truffa (aveva pagato delle sigarette con una banconota falsa da 20 dollari). Il poliziotto punta subito la pistola addosso a Floyd, nonostante sia disarmato e molto impaurito fin dall’inizio… “please don’t shoot me, I lost my mum” (da http://www.wsj.com)

Così come fece Patrizia Aldrovandi in difesa di suo figlio Federico, appena 18enne, morto a seguito di pratiche probabilmente molto simili a quelle subite da Floyd: a 15 anni dal fatto il processo a 4 poliziotti ancora va avanti, ma ha sempre più speranze di altri “meno conosciuti”. Giuseppe Uva, ubriaco come Floyd, purtroppo nessun video a testimoniare le violenze subite in una caserma da cui è uscito morto. E poi Aldo Bianzino, Massimo Casalnuovo, Michele Ferrulli, Dino Budroni e “troppi altri” che neanche si conoscono…

Emblematico il caso di Riccardo Magherini, morto come Floyd ma nessuno lo sapeva. Anno 2014: stessa età, stessa morte per stessa “tecnica del ginocchio sul collo”, e anche qui un video, ripreso da una finestra di un palazzo. Il che sembra confermare un addestramento globalmente simile tra le forze di polizia. Una tecnica di immobilizzazione effettivamente efficace: quale uomo può muoversi se non respira perché ha la trachea schiacciata sull’asfalto dall’intero peso di una persona? Knee on the neck move si chiama e nessuno la mette in dubbio in caso sia necessario “bloccare comportamenti particolarmente aggressivi e pericolosi…

aylan artwork

Un’opera di Sanford Biggers – Laocoon (2017) che ricorda qualcosa… presso lo Spanish Museum, perla nascosta di Washington Heights, quartiere nord di New York (Giugno 2018 – credits StereoType Magazine)

Non il caso di Floyd visto che era ubriaco e disarmato. Idem Magherini, fermato per ubriachezza molesta. E Aldovrandi, morto per un semplice controllo di polizia con un “trauma a torace chiuso”. E sicuramente tanti altri “soffocati dall’eccesso”: chi è addestrato sa (o dovrebbe sapere) che quella tecnica “non va praticata oltre il minuto”. Con Floyd furono ben 8 minuti e 46 secondi. Il video di Magherini dura 2 minuti e 25, ma inizia già nel pieno dell’azione. E anche per lui arresto cardiaco prima che l’ambulanza possa fare qualcosa.

E’ la visione che cambia tutto (e quanta sia concessa). Il “problema” con il video di Magherini, che non ha mai avuto una grande diffusione, forse risiede anche nel fatto che non è abbastanza agghiacciante (nonostante lo sia!) come l’altro. Ed è solo questione di tecnicismi: il video ha una buona resa audio, ma di fatto non si vede nulla perché la ripresa è lontana e notturna; il video che ritrae la violenza su Floyd, invece, ripreso da varie persone che al contempo cercavano di dissuadere la polizia dall’azione infame, ha tutto quello che le immagini necessitano per circolare viralmente, audio e video sono ottimi, in primo piano e in pieno giorno.

Questa “stimolazione visiva” di apparente risveglio delle coscienze non riguarda solo la violenza della polizia. Bambini che muoiono nelle migrazioni: si sapeva benissimo, ma non sembrava un “vero problema” prima di vedere il cadavere del piccolo Aylan su una spiaggia della Turchia. Caso Regeni: “per un attimo, prima di affrontare i media, i genitori hanno pensato a un gesto estremo per smuovere le acque: diffondere la foto di Giulio all’obitorio della Sapienza. Poi alla fine ci hanno ripensato, anche se non è escluso che più avanti possano cambiare idea, soprattutto se dall’Egitto continueranno ad arrivare depistaggi”, scriveva RaiNews nel 2016. Mostrare immagini forti riguardanti una persona amata non è una scelta facile da sostenere da nessun punto di vista e, soprattutto, non è giusto che si debba arrivare a questo solo per ottenere almeno un pezzo di giustizia… appunto.

Eppure il meccanismo di “azione e reazione” sembra essere sempre lo stesso ormai: immagini scioccanti → pressione dell’opinione pubblica → Governo costretto a fare qualcosa di più incisivo – con l’aggravante del tempo però. Per cui se ieri bastava dire che stava succedendo qualcosa per “muovere” le persone, oggi non ci si “accontenta” nemmeno più di blande fotografie. Vedere (video hd) per credere. E forse agire…

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