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Vaccini, la sfiducia non dipende (solo) dai social

Foto: Markus Spiske per Unsplash

Si ritiene spesso che le opinioni che vanno dalla diffidenza al completo rifiuto dei vaccini siano fomentate dalle fake news che, troppe volte in malafede, vengono fatte circolare su internet.

I social sono sicuramente una parte della questione, un potente amplificatore (nel bene e nel male). È stato appurato da studiosi come Jonathan Kennedy, professore di Salute Globale all’Università Queen Mary di Londra, come alcuni hashtag vengano lanciati proprio dai famigerati troll russi, probabilmente con l’intento di destabilizzare il sistema e infiammare il dibattito.

Le altre volte, invece, come spiega la sociologa digitale Sam Martin dopo attenti monitoraggi della rete, i veri “influencer” sono Stati Uniti e Regno Unito. La sola visita in Polonia dell’ormai ex medico britannico Andrew Wakefield, noto per la pubblicazione del 1998 che metteva in relazione vaccini e autismo, ha scatenato i social polacchi, altrimenti marginali a livello globale.

La faccenda è però estremamente composita, nonostante tutto venga frettolosamente archiviato sotto l’etichetta di no vax. C’è tanta disinformazione, vero, ma ci sono anche legittime richieste di sicurezza o le discussioni sulla libertà individuale. Sicuramente internet e i social hanno un peso, ma ci sono ragioni anche più istintive che risalgono addirittura all’Ottocento, agli albori della storia dei vaccini. Prima di internet, prima della televisione.

Documenti sulla vaccinazione forzata dei passeggeri di un treno dal Canada agli Stati Uniti, causa di grandi proteste già a fine XIX secolo.
Fonte: National Library of Medicine del Maryland

Susan Speaker è una storica e curatrice della Biblioteca Nazionale di Medicina, nel Maryland, per cui ha raccolto documenti di fine XIX secolo che testimoniano l’insubordinazione alla vaccinazione imposta ai passeggeri di un treno dal Canada agli USA. Soprattutto negli Stati Uniti, per cultura politica dalla loro fondazione, il governo centrale è particolarmente inviso quando si occupa della sfera privata e personale. E i vaccini non fanno eccezione.

Altro punto fondamentale è la sfiducia nelle istituzioni, politiche o sanitarie. Che non è immotivata, basti pensare alla considerazione delle sigarette fino agli anni Cinquanta o ai cosmetici radioattivi di inizio Novecento. O ancora, ai sospetti sulle case farmaceutiche, troppo legate al profitto come qualunque azienda privata per essere viste come disinteressate.

Però, controbatte il pediatra Paul Offit, nel 1955 c’erano 27 case farmaceutiche statunitensi che producevano vaccini, ora solo quattro. Probabilmente non è sui vaccini che queste si arricchiscono.

Del resto le teorie del complotto non partono mai dal nulla, però portano a un’acritica paranoia verso ogni azione o provvedimento dei “poteri forti”, deleteria tanto quanto la fiducia incondizionata nella comunicazione ufficiale. È effettivamente difficile cercare di valutare caso per caso, per cui spesso è naturale prendere la scorciatoia di una posizione netta e assolutista.

wakefield

Andrew Wakefield,
fonte: The Guardian

Che i social influiscano sulla percezione di un cospirazionismo diffuso è parzialmente vero. Un esempio è l’India, che pure grazie ai vaccini in passato è riuscita a debellare o contenere diverse epidemie, come la poliomielite. Ma anche qui la sfiducia è aumentata in relazione all’esplosione di Facebook (400 milioni di utenti). Ora l’Unicef deve impiegare dei sensibilizzatori per convincere le famiglie a far vaccinare i propri figli.

Ma non si può addossare tutto ai social. Nel 1974 la Gran Bretagna è terrorizzata dal vaccino della pertosse, dopo che il dottor John Wilson insinua una correlazione tra questo e danni cerebrali. La copertura vaccinale cala dall’80 al 30%, con la conseguenza di tre grandi epidemie da centinaia di migliaia di contagi in pochi anni. Lo stesso accadrà con il morbillo e le polemiche sbarcano (o meglio, tornano) oltreoceano.

Per parafrasare il vaccino dtp (difterite-tetano-pertosse), nasce negli USA l’associazione dpt, dissatisfied parents together (genitori insoddisfatti uniti), con a capo Barbara Loe Fisher. I produttori di vaccini vogliono cautelarsi e chiedono alle autorità statunitensi di essere sollevati da eventuali responsabilità. Viene anche istituito un organo che dirima le controversie in merito, questa per la dpt, è un’ammissione di colpa.

La bomba scoppia però nel 1998, quando Wakefield pubblica i suoi studi sulle relazioni tra vaccini mpr (morbillo-parotite-rosolia) e autismo. I suoi studi vengono smentiti dalla comunità medica e da commissioni di indagine, che riscontrano una manipolazione delle prove affinché i dati tornassero utili alle teorie di Wakefield.

vaxxed

La locandina del documentario Vaxxed, diretto da Andrew Wakefield e prodotto da Del Bigtree

Questi viene radiato dall’ordine, ma si “rifugia” negli Stati Uniti, dove si unisce all’attivista anti-vaccinista Del Bigtree, che gli produce nel 2016 il documentario Vaxxed. Qui si parla di una “talpa” all’interno del CDC di Atlanta (Center for Disease Control and prevention) che avrebbe confessato l’insabbiamento di studi su autismo e afroamericani ai limiti del nazismo.

Wakefield convince anche personalità come Robert De Niro o Robert Kennedy Jr, figlio di JFK, che nel 2005 lancia pesanti accuse sulle pagine della rivista Rolling Stones – a dire il vero non proprio un’autorità del settore. Anche il documentario, così come i precedenti studi, non prova nulla al di là di ogni ragionevole dubbio. Ma instilla il sospetto, magari anche perché sponsorizzato da qualche vip.

Perché ci sono mercurio, alluminio e formaldeide nei vaccini? Forse perché alle case farmaceutiche basta fare profitto, anche a costo di iniettare veleni, generando terrore su certe malattie? Ma a voler essere complottisti, si può rigirare la domanda a Wakefield e Bigtree. Non hanno monetizzato con un prodotto che terrorizza i genitori?

Il mercurio è stato eliminato dai vaccini come il Thimerosal, può sembrare effettivamente un’ammissione di colpa. La mossa era strategica, spiega la comunità medica e scientifica. Il mercurio non era fondamentale per l’azione del vaccino, serviva per la conservazione, quindi è stato tolto più che altro per tranquillizzare. Anche se la quantità di mercurio era inferiore e in forma meno dannosa rispetto a quello che ingeriamo (metilmercurio), ad esempio, con il tonno.

cdc vaccini

Foto del CDC per Unsplash

Lo stesso vale per l’alluminio, presente in quantità non tossiche e non inoculato in forma metallica, ma come idrossido. Mentre la formaldeide viene prodotta dal nostro corpo in continuazione e in quantità maggiori che nei vaccini, ma viene anche metabolizzata immediatamente.

Queste puntualizzazioni non sono servite troppo, un po’ perché riguadagnare la fiducia persa è un’impresa, un po’ per la supponenza di molti che dovrebbero fare divulgazione, che saranno comprensibilmente esasperati dal concetto di “uno vale uno”, ma non sposteranno neanche un’opinione facendo i bulletti sui social.

Anche perché dall’altra parte non c’è un blocco granitico di stupidi manovrati da truffatori (qualcuno lo è pure, ma non si può generalizzare). Ma anche persone preoccupate e che vogliono risolvere dei problemi. Ed emarginarli serve solo a radicalizzare lo scontro, aumentando le distanze senza ottenere nulla.

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