Politics

Il giornalismo degli “appassionati”

All the President's Men (film) - Wikipedia

Tutti gli uomini del Presidente del 1976, diretto da Alan J. Pakula, è un esempio cinematografico di “watchdog journalism“. In questo caso la grande inchiesta che scatenò lo scandalo Watergate portando alle dimissioni di Richard Nixon e profondi cambiamenti nella società americana.

Dopo circa 2 secoli in cui il giornalismo veniva incensato e portato su un palmo di mano, dall’avvento di internet sta invece soffrendo di uno stereotipo tutto al contrario. Da “cani da guardia” della vita democratica, i giornalisti sono diventati i “galoppini del potere”: una professione di privilegiati (“la casta”), venduti (solo alcune notizie e solo in un certo modo), sensazionalisti al limite del sadico (perché vende) e che addirittura contribuisce alle fake news (ci cascano anche loro!)…

Che il giornalismo (mainstream) sia fatto, anche, di questo è indubbio. Il punto, non troppo consolante, è che era fatto così anche prima, solo che non c’era internet. E non perché la colpa del “cattivo giornalismo” sia di internet (che viene incolpato un po’ di tutto), ma prima non c’era un mezzo che diffondesse così tanto questo “brutto lato del giornalismo”, come il “brutto lato” di qualsiasi altra cosa. Ma di certo ci sono professioni che hanno più responsabilità di altre: per questo un cattivo giornalismo fa arrabbiare tanto quanto gli abusi della politica.

Anzitutto, prima c’erano solo i giornalisti a fare i giornalisti. Internet ha invece aperto la porta del giornalismo anche agli “appassionati di scrittura”. Blogger, influencer, ma qualsiasi competenza può oggi essere messa al servizio dell’inchiesta. E non è detto che siano malvagie. Basti pensare agli apripista in assoluto in questo senso, Le iene, programma di inchiesta ormai decennale che ha un grande successo e non è condotto da giornalisti. Il che potrebbe spiegare perché talvolta ci prendono e talvolta no. Comunque rappresentano solo un pezzo di giornalismo, cosiddetto “d’assalto”.

Ma non è neanche detto che siano inchieste fatte bene. Uno dei valori fondanti del giornalismo, perlomeno quello che insegnano in Italia, consiste nel fornire a chi guarda o legge “un’informazione quanto più completa”. Se fate caso quello che spesso manca nei pezzi non giornalistici è proprio questo: magari c’è il cosa e il dove, ma non c’è il perché che è la cosa più importante; c’è il quando, ma non c’è il come. Le famose 5 w + 1 (who, what, when, where, why, how) del giornalismo anglosassone. Magari si prende anche una posizione, ma non c’è nemmeno un’ipotesi sulla sua controparte (che c’è sempre) o semplicemente un link dentro cui poter approfondire, verificare, criticare quello che mi si sta raccontando.

Come non vi affidereste mai a un “appassionato di anatomia” per una visita, perché dovreste farlo quando leggete una notizia che riguarda il mondo in cui vivete? Non si dovrebbe mai scordare che il giornalismo è una professione e come tutte le altre deve rispettare degli standard. Bisogna studiare (deontologia, leggi di riferimento, Carte che regolamentano i settori di cui ci si occupa, terminologia ecc.), passare esami e fare pratica dentro le redazioni (in Italia 2 anni, mentre l’esame è stato abolito) per entrare in un Ordine che va mantenuto tramite pagamento di una quota annuale e relativa “formazione continua”, così come prevista anche per i medici. Per quanta avversione si possa avere per gli ordini professionali, altamente controversi anche perché non si capisce quali siano i reali benefici oggi come oggi, rimane il fatto che le persone che arrivano al tesserino hanno speso anni di formazione per imparare a capire e comunicare i fatti alle persone nel modo più corretto.

Un classico annuncio per “appassionati di scrittura”, possibilmente anche no perditempo!, che spesso per i giovani equivale a: “lavoro non retribuito”. La passione da sola non può garantire una corretta informazione, senza nemmeno un riconoscimento economico, che giustamente spetta a ogni lavoro, ma non si sa perché si può evitare proprio nel delicato compito del giornalismo…

Nel nostro piccolo, attraverso la nostra personale gavetta, tra stage, collaborazioni e corsi di aggiornamento, abbiamo visto di tutto dentro questo giornalismo (italiano), e purtroppo a salvarsi non sono in molti. Ma non per questo smettiamo di credere in questa professione che è un servizio essenziale per l’umanità. Il giornalismo è il ponte che connette le persone con quello che succede nel mondo. I giornalisti hanno accesso alla fonte delle notizie e (in teoria) hanno gli strumenti per fare il loro lavoro al meglio che può anche richiedere mesi di preparazione (non a caso i migliori pezzi giornalistici sono le inchieste e i reportage, perché si prendono il tempo di capire le cose per bene, rispetto a chi è costretto a rincorrere la notizia sul quotidiano, il che crea un’ulteriore competitività che distorce il panorama giornalistico ancora di più).

Tutto questo impegno troppe volte viene oscurato da chi utilizza queste capacità per amplificare il brutto che c’è in giro, quando il bello non è da meno e anzi darebbe migliori spinte al cambiamento. Oppure si perde tempo con non-notizie (quelle che non sono propriamente di “pubblica utilità” come il gossip che nell’era pre-internet occupava una parte minima del parco informativo), quando ci sarebbe da parlare di un sacco di cose interessanti che non vengono nemmeno considerate – basti pensare a tutte le tematiche ambientali, che solo recentemente stanno trovando il loro exploit, ma solo sotto la spinta dell’interesse crescente dei lettori. Significa che noi tutti possiamo fare la differenza rispetto alle scelte di giornali e tv, che sono anche o soprattutto aziende.

Da qualche anno su facebook, in un angolo nascosto del centro assistenza, ci sono i suoi “Suggerimenti per individuare le notizie false”… praticamente ogni persona dovrebbe fare un lavoro da giornalista sul lavoro di un giornalista!

Tra un appassionato e un giornalista (che ha studiato), l’appassionato ti potrà pure appassionare a sua volta, ma forse non risponderà alle “5 domande fondamentali” perché nessuno gliel’ha insegnato, non fornirà fonti perché non sta scrivendo una tesi, non userà i termini giusti per usare magari le parole più stereotipate che fanno più visualizzazioni, ascolterà solo una campana per avvalorare la sua tesi, lasciandoti alla fine con una certezza che non porta dubbi… dov’è qui il “servizio essenziale”?

Ma il problema del giornalismo oggi evidentemente non si esaurisce neanche così. Bisognerebbe citare tutte le grandi redazioni che sfruttano il “riciclo di stagisti” per tappare buchi e svoltare le uscite durante le Feste o semplicemente far uscire grandi pezzi a costo zero, bisognerebbe dire che spesso il giornalismo più cattivo viene dalle grandi testate, le più preparate. D’altra parte è chiaro che il potere circola dove circolano i media più forti. Allora bisognerebbe guardare chi sono i direttori responsabili, chi sono i finanziatori. In che periodo politico si vive, a quale ala l’azienda – giornale si appoggia. Il giornalismo dei grandi numeri purtroppo soggiace a logiche che hanno poco di giornalistico e più dello strumento politico. Loro costruiscono lo stereotipo del giornalismo, facendo dimenticare l’esistenza di tutta una grande fetta, indipendente, che esiste ed è in espansione. Bisognerebbe dire che spesso, da Rai a Mediaset, da la Repubblica a Il Giornale, le notizie sono spinte secondo intenzioni, diametralmente opposte, ma comunque pre-determinate. Per non parlare del tempismo di certe notizie… girando, noi e colleghi, per tante redazioni ne abbiamo viste e sentite di ogni.

La velocità naturalmente richiesta da internet naturalmente non aiuta. Tutto è più veloce anche nella specializzazione dei giornalisti che si muovono di più perché possono farlo, o al contrario si muovono meno, perché possono scrivere i loro pezzi nella tranquillità delle loro stanze. E poi i giornalisti sembrano quasi delle “eminenze grigie” per quanto male se ne parla, ma c’è anche da dire che, per lo stesso motivo, si tende a darli per scontati.

Paese Reale, su RaiPlay il talk show satirico di Edoardo ...

I giornalisti come categoria non vengono molto presi in giro ma, in una recente e geniale parodia, Edoardo Ferrario li ha condensati tutti nella loro deriva un po’ narcisistica, approssimativa e “gossippara”, in un programma di approfondimento, che sembra un mix di tutti i televisivi, che di fatto non approfondisce nulla grazie a una serie di ospiti improbabili, per non dire inutili, provenienti dal cosiddetto “Paese reale. Dove contano le opinioni, e i fatti…

Perfino all’inizio di questa emergenza in cui si ringraziavano tutti, a nessuno è venuto in mente di ringraziare i giornalisti che sono sempre stati in prima linea, come molti, per raccontare questa pandemia. Men che meno nessun giornalista si è messo a dire che tra gli eroi c’erano anche loro. Anche se lo sono, o comunque non meno dei cassieri che sono stati citati molte volte. Al contrario di come spesso si presentano e si parodizzano (egoici menefreghisti), i giornalisti hanno comunque una loro umiltà, mettendosi il più delle volte un passo indietro rispetto a tutto il resto. Sono i giornalisti appassionati che splendono. Alcuni sacrificando perfino la loro vita. Succede quando il giornalismo pensa ancora alla causa piuttosto che all’audience.

È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d’informazione e di critica, limitata dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui, ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede. Devono essere rettificate le notizie che risultino inesatte e riparati gli eventuali errori. Giornalisti e editori sono tenuti a rispettare il segreto professionale sulla fonte delle notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di esse, e a promuovere lo spirito di collaborazione tra colleghi, la cooperazione fra giornalisti e editori, e la fiducia tra la stampa e i lettori”.

Art. 2 della legge professionale del 1963

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