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Diego Maradona, 60 controversi anni del “diez”

jorit murales maradona

Murales di Jorit a Napoli, a sinistra i tipici “scugnizzi”, “esseri umani”. A destra Maradona, “dio umano”

Indiscutibilmente tra i primi due migliori calciatori della storia di questo sport, Diego Maradona è sempre stato estremo, nel bene e nel male. Per usare le parole del giornalista sportivo Franco Rossi, Diego “è troppo, da qualunque parte lo prendi”. Troppo talento, troppa (auto)distruzione. E l’iconica Argentina-Inghilterra dei Mondiali di calcio Messico ’86 è un perfetto esempio.

Rappresenta le due (anche di più) anime di Maradona: quella sublime che parte palla al piede da centrocampo e dribbla tutti per siglare il gol più bello della storia dei Mondiali; quella scorretta, che segna di mano e non lo ammette sul momento, per poi andarne fiero; quella che, non senza contraddizioni, si identifica con il riscatto degli oppressi, dei poveri, contro i potenti e i colonizzatori (in quel caso gli inglesi), che non a caso trova a Napoli, nei barrios argentini, a Cuba le sue dimensioni migliori.

Ciudad de la plata mural maradona

Murale a Ciudad de la Plata, “seminò allegria tra la gente, innaffiò di gloria questo suolo”

Siccome la carriera (e la vita) di Maradona è costellata di gesti e azioni incredibili, tutto inizia con l’incredulità dei dirigenti dell’Argentinos Juniors quando lo vedono per la prima volta. È il 1968, Diego ha appena otto anni e viene portato a un provino da un amico di infanzia del quartiere popolare di Villa Fiorita, sud di Buenos Aires. Piccola parentesi, il nome originale del club è Martires de Chicago, in onore dei lavoratori, attivisti e anarchici, vittime di un attentato dinamitardo il 1 maggio 1886.

Possibile che un bambino di otto anni sia già così forte? Agli Argentinos non ci credono, fino a quando i documenti stabiliranno che sì, è tutto vero. Il suo nome inizierà presto a circolare, anche in un’era (abbondantemente) pre-internet. Qualche tempo dopo, ancora adolescente, viene persino intervistato da una trasmissione/verità che gira tra le periferie, un po’ come in Italia faceva Sergio Zavoli. I suoi sogni da decenne sono giocare per la Nazionale e vincere i Mondiali.

L’altro obiettivo è giocare per il Boca Juniors e nel 1981, a 21 anni, arriva il fatidico approdo in giallo-blu. Ironia della sorte, il trasferimento prevede anche uno scambio di giocatori e Maradona prende il posto di quello che era l’idolo del padre, Carlos Salinas.

mano de dios maradona argentina inghilterra

Argentina-Inghilterra a Messico ’86, la famosa “mano de dios” di Diego Maradona apre le marcature

Contestualmente diventa punto fermo della Nazionale, dopo l’esclusione (non senza polemiche, ma in fondo non ha nemmeno 18 anni) dalla lista dei 22 che giocheranno i Mondiali in casa nel 1978. Nel 1982, in Spagna, c’è, ma incontra sulla sua strada un gigantesco Claudio Gentile (soprannominato Gheddafi dal giornalista Gianni Brera), che non lo fa respirare.

Arrivano i Mondiali 1986 e con essi il momento della consacrazione definitiva di Maradona. L’Argentina non ha una grande squadra, è più difensiva che altro, strano per i canoni argentini. Paradossalmente è il mondiale più amato dai tifosi. Questo perché la vittoria del 1978 arriva in un momento buio per il Paese, sotto il controllo militare, con decine di migliaia di persone uccise o fatte sparire. E l’atmosfera nel 1982 risente della recente guerra con il Regno Unito per il controllo delle isole Malvinas, Falkland per sua Maestà, costata agli argentini più di 600 morti.

Con questa premessa non può certo esserci pentimento in Maradona quando, quattro anni più tardi, un difensore inglese svirgola il pallone facendolo impennare verso centro area. Il portiere Peter Shilton esce sicuro per raccoglierla ma viene anticipato dall’ex Pelusa (capellone), ormai Pibe de Oro (ragazzo d’oro), che furtivo alza la mano sinistra e impatta la sfera facendola andare in rete. Incredibilmente non se ne accorgono né arbitro né guardialinee e il gol è convalidato. Per legittimarlo dovrà “solo” segnare il gol più bello e famoso di ogni Mondiale.

maradona boss camorra carmine giuliano

Uno degli scatti più imbarazzanti riguardo Maradona, qui con il boss camorrista Carmine Giuliano

Nel frattempo, dopo un paio di anni a Barcellona, si è trasferito a Napoli. Qui diventa senza mezzi termini un dio, magari di quelli della mitologia classica latina e greca, pieno di difetti e soprattutto di vizi. Il “nemico” potente non sono i colonizzatori, ma le squadre del nord, abituate a vincere e monopolizzare gli scudetti e con un certo peso dirigenziale nella federazione calcistica.

Nel 1987 il Napoli è campione d’Italia per la prima volta, si ripeterà nel 1990. In mezzo, nel 1988, un campionato buttato (a favore del Milan) quando la vittoria sembrava scontata, forse troppo. Secondo le dichiarazioni del pentito Pietro Pugliese, la camorra avrebbe perso troppi soldi per pagare le scommesse clandestine e l’amico Diego sarebbe tornato utile come tramite con la squadra.

Maradona, dio del calcio di giorno, conduce una vita parallela notturna fatta di frequentazioni criminali (clan Giuliano a Forcella), prostitute e cocaina – problema quest’ultimo già iniziato a Barcellona. Nonostante i dubbi sul possibile (molto probabile) scudetto venduto – dando per attendibili le parole del pentito Pugliese – Maradona gode a Napoli e tra i napoletani di credito illimitato.

Nel 1990 gli fa vincere il secondo scudetto, poi arrivano i Mondiali di Italia ’90. Le notti non sono subito magiche per gli argentini. Sconfitta al debutto (da campioni in carica) contro il sorprendente Camerun, ridotto addirittura in nove uomini. Nella seconda partita ancora una mano malandrina di Maradona (stavolta la destra), non vista, risulta decisiva. Sullo 0-0 evita sulla linea un gol dell’Unione Sovietica, sarebbero rigore ed espulsione del giocatore più forte, invece l’Argentina vincerà 2-0.

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Finale di Italia ’90, allo stadio di Roma gli italiani fischiano l’inno argentino per “punire” Maradona, che prima della semifinale a Napoli aveva spinto i suoi amici partenopei a tifare per lui

Maradona divide, Maradona fa avanzare i suoi, è praticamente la fotocopia del 1986. Inizia contestando il sorteggio dei gironi, troppo facile quello dell’Italia padrona di casa per essere solo frutto del caso. Continua con la mano con l’Unione Sovietica, poi agli ottavi di finale contro il Brasile avrebbe cospirato insieme al suo fedele massaggiatore di sempre, Miguel Di Lorenzo, e all’allenatore Carlos Bilardo, per passare ai rivali borracce d’acqua contenenti roipnol, un sedativo che stende il terzino carioca Branco.

Si arriva alla semifinale, dove il giornalista e storyteller sportivo Federico Buffa arriva a scomodare, non senza fondamento, Carl Gustav Jung e il concetto di sincronicità, introdotto in Occidente dallo psichiatra e antropologo svizzero. La sincronicità sostiene la contemporaneità non casuale di due eventi nell’ambito di uno stesso contesto di fondo. In parole povere, se la semifinale è Italia-Argentina, dove può giocarsi se non a Napoli?

Maradona ne approfitta per portare dalla parte sua i napoletani, che lo adorano, contro un’Italia che in fondo li ha sempre snobbati e che solo ora, quando serve, chiede il loro sostegno (e non ha tutti i torti). Lo stadio alla fine sarà tiepido e anche se la sconfitta (ai rigori) non dipende tanto da questo, il pubblico italiano se la lega al dito. In finale, a Roma, tutto lo stadio si unisce per fischiare l’inno argentino, mentre Maradona piange e insulta tutti in mondovisione.

Una (presunta) vendetta ben più grave arriva però dalla FIFA, almeno a essere dietrologi. Forse è per le accuse di corruzione e di brogli ai sorteggi, forse no, fatto sta che il rigore regalato ai tedeschi a 5 minuti dalla fine in un noioso 0-0 ha dato vita a una ridda di supposizioni destinate a rimanere tali.

maradona usa 94 antidoping

Finita la seconda partita dei Mondiali USA ’94 tra Argentina e Nigeria, Maradona viene sorteggiato per i controlli antidoping. Risulterà positivo all’efedrina

Nel 1991 Maradona viene squalificato quindici mesi per positività all’antidoping, ovviamente cocaina. Sembra finito a poco più di 30 anni. Qualcuno lo abbandona, anche se per la maggioranza dei tifosi l’amore è immutato. Finché non torna clamorosamente – ma non per caso. Gli Stati Uniti hanno ottenuto, probabilmente grazie alla manovre diplomatiche dell’appassionato di calcio Henry Kissinger, l’organizzazione dei Mondiali 1994. Per richiamare i tifosi statunitensi però non bastano i talentuosi Stoichkov, Hagi e Valderrama. C’è Roberto Baggio, questo sì, ma il numero uno, anche a 34 anni, è ancora Maradona.

O meglio quel che resta di Maradona, perché dopo la squalifica del 1991 gioca un anno a Siviglia e poi torna in patria, dove colleziona poche presenze al Newell’s Old Boys. È sovrappeso, troppo per un mondiale a cui mancano sei mesi. Ma il miracolo (della chimica) avviene. Viene rimesso in forma a tempi record dal nutrizionista Serrini, che però, sbadatamente (si fa per dire), non nota come i farmaci che gli prescrive contengano efedrina, alcaloide della stessa famiglia delle anfetamine. Gira comunque voce che, pur di far partecipare Diego ai mondiali, El diez (il dieci) verrà esentato dai controlli antidoping.

Diego segna un gran gol nella prima gara contro la Grecia, festeggiato in maniera quasi demoniaca. Ma dopo la seconda partita contro la Nigeria viene estratto proprio il suo numero per l’antidoping. Risultato: ovviamente positivo all’efedrina (più altre sostanze), squalifica immediata con la sensazione che sia stato usato come spot pubblicitario per un mondiale a cui altrimenti non avrebbe mai potuto anche solo pensare di partecipare.

La pensano così per esempio in Bangladesh, dove monta una protesta popolare di chi ancora vedeva Maradona come il terzomondista nemico dei potenti imperialisti, nonostante certi trascorsi o il matrimonio pacchiano, a ostentare il lusso, con tanto di affitto di un’automobile appartenuta al ministro della propaganda nazista Joseph Goebbels.

maradona kusturica documentarioLa discesa agli inferi di Diego avrebbe potuto avere esiti ben più gravi se, a suo dire, non avesse avuto a suo fianco due “barbudos”, uno, con la B maiuscola, l’Onnipotente, l’altro Fidel Castro, che lo ha aiutato negli anni peggiori a uscire dai problemi fisici e dall’abuso di cocaina, mettendogli a disposizione gli ospedali cubani.

Se tecnicamente è considerato il più forte di sempre, in coabitazione con Pelé, per un tipo di risultati Maradona non ha pari. Nessuno, come lui, è riuscito a vincere un mondiale praticamente da solo, senza trovare nel resto della squadra non tanto gente alla sua altezza, sarebbe stato troppo, ma nemmeno giocatori di caratura internazionale o un collettivo ben oliato. Paradossalmente era lui, un singolo ingombrante, a esaltare il gruppo.

Non a caso Diego è rimasto nell’immaginario collettivo e nei riferimenti artistici, non solo a Napoli o in Argentina, dove fioccano i murales in suo onore – il più grande realizzato da Jorit nell’area est del capoluogo campano – ma in tutto il mondo. Basti ricordare il documentario Maradona di Kusturica, che come suggerisce il nome parla di Maradona ed è realizzato dal regista slavo Emir Kusturica, o il brano dei Mano Negra, Santa Maradona, che da noi darà il titolo a una commedia con Stefano Accorsi e Libero De Rienzo.

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