Gender

La Storia e le statue (iconoclastia pt.3)

statua gandhi

Londra, la statua di Gandhi viene protetta da possibili atti di vandalismo. Perfino il simbolo di pacifismo e protesta non violenta, liberatore dell’India dal colonialismo britannico, è nel mirino per essere stato un sostenitore dell’inferiorità dei neri Foto: EPA/WILL OLIVER

(segue dalla scorsa settimana, Le vite dei bianchi)… Gli Stati Uniti hanno un problema endemico riguardo la convivenza interetnica.

Nonostante le belle parole della Costituzione del 1878 “Tutti gli uomini sono stati creati uguali, dotati dal Creatore di diritti inalienabili […] tra questi la vita, la libertà e la ricerca della felicità”, il Paese affonda le radici nelle iniquità molto più di altri. Questo non riguarda solo gli afroamericani, basti pensare allo sfruttamento soprattutto dei cinesi nella costruzione della rete ferroviaria, che fu fondamentale per lo sviluppo economico.

Non stupisce dunque che la questione etnica sia più avvertita negli Stati Uniti e in Paesi con un forte passato colonialista più che altrove, anche se poi se ne può discutere ovunque.

Il dibattito sul tipo di memoria storica che dobbiamo – o sarebbe opportuno – avere, che è derivato dalle proteste contro la combinazione di brutalità della polizia e pregiudizio verso i neri e altre minoranze, si è allargato alle statue di personaggi discutibili, in quanto simboli di un passato che ancora influisce sottilmente sul corso degli eventi.

C’è poco da dire sui monumenti dedicati a generali sudisti e paladini di schiavitù e segregazione razziale, la realtà è invece molto più sfumata per quanto riguarda personaggi che nella bilancia delle loro azioni hanno grandi meriti e altrettanto grandi crimini, come possono essere Winston Churchill o Cristoforo Colombo, tra i più presi di mira – ma anche la statua di Gandhi in Ghana non se l’è passata bene. Considerare solo uno dei due aspetti dà una visione incompleta.

Ma quindi, si vuole cancellare la Storia abbattendo o vandalizzando statue? La preoccupazione in tal senso non è infondata, ma al momento un po’ eccessiva. Bisogna considerare la concitazione del periodo, la rabbia che da Derek Chauvin finisce per travolgere indiscriminatamente secoli di Storia secondo il classico schema cambiamento-terrore (tutti in un unico processo di massa)-assestamento (vale per la Rivoluzione Francese come per il #metoo).

L’obiettivo non deve essere cancellare o riscrivere la Storia, semmai arrivare a un nuovo modo di guardare al passato, con un’ottica più equilibrata e condivisa, meno idealizzata (in positivo e in negativo), in certi casi con meno eurocentrismo – anche il considerarsi gli unici portatori di tutti i mali è un accentramento. Facendosi domande più che avere certezze granitiche.

La statua di Colombo a New York
Credits: Angela Weiss / AFP)

Colombo è stato un grande esploratore? Certamente. Churchill è stato un grande primo ministro durante la Seconda Guerra Mondiale? Senza dubbio. Ma ciò che è stato un bene per l’Europa, altrove ha significato oppressione. E in un mondo sempre più globalizzato (nel senso buono del termine), non si può non tenere conto della concezione di tutti. Senza dialogo, alcuni monumenti possono essere percepiti solo come l’ennesima imposizione propagandistica del vincitore.

Prima di condannare in maniera secca l’iconoclastia dovremmo anche chiederci come ci sentiremmo a parti inverse. Prima di distruggere (anche solo metaforicamente) bisognerebbe pensare al valore storico-artistico. Senza filtri, per assurdo, non si salverebbero neanche le piramidi – che comunque nessuno ha ancora minacciato – così come il 99,9% di arte e monumenti mondiali.

Perché l’altro aspetto su cui tutti insistono è la valutazione del contesto storico. Non ci scandalizziamo troppo per lo schiavismo degli antichi egizi, come di greci e romani. Anche perché è talmente lontano nel tempo che non abbiamo un coinvolgimento emotivo, come ad esempio può succedere con un Churchill e la Seconda Guerra Mondiale, né ha effetti sulle società attuali, come il colonialismo.

Ma anche il contesto va visto nel suo contesto. Il suprematismo di Churchill viene spesso sminuito con un “vabbè, ma erano altri tempi”. Il che è vero, ma erano gli stessi tempi di Hitler e Mussolini, quindi dovrebbe valere un po’ anche per loro – tenendo pur conto che nella scala del razzismo stavano più avanti e che Churchill non è mai stato a capo di una dittatura totalitaria. Ed erano gli stessi tempi di chi, anche se in posizione minoritaria, aveva ideologie antirazziste e progressiste.

Allo stesso modo, già nel Cinquecento, Bartolomé de Las Casas si batteva contro lo sfruttamento della corona spagnola sugli indigeni americani. Però bisogna riconoscere che il sentire comune era diverso e non possiamo distorcerlo con lo sguardo di oggi.

Del resto, tra venti, cento, cinquecento anni, qualcosa che ora ci sembra normale, magari non lo sarà.

Se un giorno mangiare carne e derivati animali diventasse illegale, i posteri ci considererebbero alla pari di come facciamo ora con i conquistadores. Al momento possiamo auto-assolverci, anche se c’è chi si muove in senso opposto, spinto dalla sua etica. E pure se non dovessimo arrivare mai alla parità con gli animali – difficilmente ci siederemo allo stesso tavolo di trattative come invece possono fare oppressori e oppressi – ci potranno contestare forme di semi-schiavismo sugli umani, che tutt’ora sono in piedi grazie a un comodo silenzio.

londra statue memoria storia

Londra, un manifesto chiede la conservazione della memoria storica contro l’iconoclastia.
Foto: Vickie Flores / EPA

Dalla fast fashion che consente di vestirci a poco prezzo agli amati e odiati smartphone, la cui filiera va dall‘estrazione di minerali in Africa per i componenti hardware all’assemblaggio in Asia, in condizioni letteralmente da suicidio.

Come disse il comico statunitense Louis CK, “abbiamo scelta, in realtà. Possiamo avere cavalli e candele ed essere più gentili l’un l’altro o lasciare che qualcun altro molto lontano soffra miseramente, affinché noi possiamo lasciare un commento acido su YouTube mentre siamo sulla tazza del cesso”.

Tutto questo non è per dire che non siamo meglio dei colonialisti, degli schiavisti o degli scientificamente razzisti, è ovvio che abbiamo fatto passi in avanti.

Dobbiamo solo aspettarci che quando qualcuno in Congo o in Cina butterà giù, a ragione, le statue di Bill GatesSteve Jobs (par condicio), dall’altra parte del mondo si replicherà che erano geni immersi in un altro contesto storico.  E la circolarità del tempo avrà svolto il suo compito.

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