Gender

La catarsi della violenza nell’arte: la storia di Artemisia Gentileschi

Self-portrait as the Allegory of Painting by Artemisia Gentileschi.jpg

Artemisia Gentileschi – Autoritratto come allegoria della pittura (1639)

Artemisia Gentileschi è stata una delle più grandi pittrici, “la prima celebrata e riconosciuta nella storia dell’arte”, la prima a entrare nell’Accademia delle Belle Arti di Firenze. Ma purtroppo anche una delle prime donne a subire un processo per stupro. Subire doppiamente, già. Perché nonostante fosse la vittima, è a lei che furono inflitte le torture. Il suo nome oggi ricorre da centri anti violenza contro le donne e movimenti femministi, poiché fu una vera eroina del tempo per il modo in cui affrontò la violenza carnale prima, e quella della giustizia dopo. Ma questa attenzione alla sua biografia non deve distogliere, come spesso succede, dalla grandezza della sua arte, anche se le due sono strettamente legate…

Roma, 14 maggio 1612. Nella sala di Tor di Nona, il tribunale papale, guidato dall’inquisitore Hieronimo Felicio, inizia il processo contro Agostino Tassi, reo di aver: “deflorato mia figlia” e “forzata a ripetuti atti carnali, dannosi anche per me, Orazio Gentileschi, pittore e cittadino di Roma, povero querelante, tanto che non mi è stato possibile ricavare il giusto guadagno dal suo talento di pittrice”, si legge negli atti. Orazio è il padre di Artemisia e a questo Tassi, un tempo amico fraterno, aveva affidato la figlia 18enne per farla crescere nell’arte pittorica.

La violenza avvenne nella casa in cui era cresciuta, in Via della Croce, un giorno che Orazio era assente. Durante il processo Artemisia parlò in modo estremamente diretto: «Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne» (da Wikipedia).

La Vergine e il Bambino con il rosario Artemisia.jpg

Artemia Gentileschi – Vergine e bambino con un rosario (1651)

Artemisia era talmente determinata a far valere i suoi diritti che non ritrattò mai la sua deposizione, anche mentre subiva la tortura della Sibilla, quella “che fa parlare i più reticenti, così chiamata con riferimento alle indovine dell’antichità, le cui profezie si dimostravano sempre esatte”. Essa consisteva nel legare i pollici con delle corde che venivano strette sempre di più “sino a stritolare le falangi”, provocando sanguinamento o rottura delle stesse. Dall’intensità di questa tortura, infatti, si poteva rischiare “di perdere le dita per sempre”, danno incalcolabile per qualsiasi essere umano, e in particolare per una grande pittrice.

La vita di una persona finisce sempre dentro le sue opere d’arte e dall’arte prende vita anche quando è necessario affrontare il suo lato oscuro. Ci sono tanti spunti significativi in quella di Artemisia. Un’arte che fin da subito si distinse da quella della altre pittrici, in parte forzatamente relegate all’ambito delle nature morte, paesaggi e ritratti. Il genere veniva chiamato peinture de femme, nonostante fossero soggetti comunque comuni, scelti anche da molti grandi dell’arte, come un Raffaello, per dire il primo “sconosciuto”. In ogni caso, fu la prima a dedicarsi fin da subito alla “pittura alta”: soggetti sacri, storici, profani e “impianti monumentali”, abbandonando però i “moduli iconografici convenzionali”. Abbracciò totalmente la lezione di Caravaggio nel contrasto di luci, forme e colori e nel “taglio ravvicinato che drammatizza il rapporto con lo spettatore”. Soprattutto scelse tutte grandi figure di donne storiche e non, spesso maltrattate rispetto alla loro grandezza. Dalla Madonna a Cleopatra, Maria Maddalena, Danae, Dalila, BetsabeaSanta Apollonia, LucreziaSanta Cecilia

Ciò che colpisce di Artemisia è anzitutto il primo soggetto che dipinse… se è vero che la vita porta traumi e bellezze, questi non possono non ricadere nell’arte. Soprattutto perché poi lo ripropose per ben altre cinque volte, e soprattutto negli ultimi anni della sua vita. Artemisia si avvicinò alla pittura del padre nel 1605, in seguito alla morte per parto della madre. Aveva 12 anni. A 15 anni già interveniva sulle tele del padre. A 17 inizia a lavorare sulla sua prima opera: Susanna e i Vecchioni. Era il 1610, poi ne creò un’altra versione nel 1622, nel 1630, 1649, 1650, l’ultima nel 1652. Due anni dopo, nel 1654, morì all’età di 61 anni.

Susanna and the Elders (1610), Artemisia Gentileschi.jpg

Artemisia Gentileschi – Susanna e i vecchioni (1610-1611) la prima versione…

Artemisia durante il processo dichiara di essere stata stuprata il 6 maggio del 1611. Il suo stupratore aveva 31 anni. E con questo dipinto iniziato l’anno prima ci sono due possibili letture: o se lo sentiva o già voleva comunicare un’attenzione insistente, fastidiosa, sordida nei suoi confronti.

D’altra parte Susanna e i vecchioni è un tema iconografico estremamente chiaro e ricorrente dal 1500 al 1700 che fa riferimento all’omonimo episodio biblico che racconta di Susanna, “giovane donna molto bella e pia”, che “viene concupita da due vecchi che frequentano la casa di suo marito e riescono a introdursi nel suo giardino sorprendendola mentre fa il bagno”. A quel punto la minacciano “di accusarla di averla sorpresa con un giovane amante se non si concede a loro. Al rifiuto di Susanna l’accusano pubblicamente di adulterio. Portata davanti al tribunale viene riconosciuta colpevole e condannata a morte mediante lapidazione”, ma a questo punto si fa avanti il profeta Daniele che svela l’inganno. “La reputazione di Susanna viene restituita all’onore”. C’è poco da aggiungere.

Se non un altro tema “scottante” che è dentro i quadri di Artemisia, la solidarietà femminile

Artemisia Gentileschi - Danaë.jpg

Artemisia Gentileschi – Danae (1612)

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