Inclinations

Sport ed emancipazione, se la vittoria trascende il singolo

podio città del messico 1968

L’iconico podio di Città del Messico 1968, con il saluto delle Pantere Nere eseguito al momento dell’inno statunitense da Smith e Carlos

La ripresa dello sport, che poi in Italia si traduce principalmente nel campionato di calcio maschile, è secondaria ma neanche troppo nel dibattito su come e quando ci sarà un dopo pandemia. Alcuni Paesi hanno fermato definitivamente la stagione (Francia, Belgio), altri stanno facendo i salti mortali per ricominciare il prima possibile.

Non spetta a noi giudicare se sia opportuno o meno riprende a giocare in questo momento, se sia un modo distrarre un minimo le comunità più devastate, né se abbia senso far svolgere gli eventi a porte chiuse, in assenza del calore del pubblico.

Certamente lo sport può essere un importante veicolo di emancipazione. Spesso si crea un legame particolare tra atleta e sostenitori, una sorta di transfert per cui la vittoria del singolo diventa collettiva.

owens hitler 1936 olimpiadi berlino

J.C. “Jesse” Owens sul podio alle Olimpiadi di Berlino 1936

Lo si è visto ai mondiali femminili di calcio 2019 ad esempio, le battaglie salariali delle giocatrici sono diventate le battaglie un po’ di tutte, anche di chi praticamente non ha mai visto una partita in tutta la vita.

Ci sono storie più note, trionfi che hanno fatto la Storia dello sport e non è azzardato dire degli afroamericani in generale: da Jesse Owens che fa man bassa di ori olimpici davanti a Hitler all’iconico podio di Città del Messico 1968, con il pugno alzato di Tommie Smith e John Carlos, passando per lo storico Rumble in the Jungle tra Muhammad Ali e George Foreman.

E altre meno note, come i mondiali di pallavolo e calcio sempre femminile vinti dalle giapponesi in momenti particolari per loro e per il Paese intero.

Jesse Owens nasce nel 1913 in Alabama, ma la sua famiglia si trasferisce presto a nord, in Ohio, sulle rive del lago Erie. Vivere in Alabama in quegli anni è un incubo per gli afroamericani, così la scelta degli Owens ricade su Cleveland, che casualmente è anche il secondo nome del piccolo James. Jesse infatti non è il vero nome, lui si chiama James Cleveland, abbreviato in J.C. Solo che il ragazzo ha una marcata pronuncia del sud e nella parte opposta del Paese tutti capiscono Jesse, quel nomignolo gli rimarrà tutta la vita.

Su Owens si è creato un mito, non solo dal punto di vista sportivo (quattro ori a Berlino 1936), quanto dal contesto di quella Olimpiade, assegnata nel 1931 alla Repubblica di Weimar ma poi, per gli stravolgimenti politici, patrocinata dalla Germania nazista.

Riprese dall’innovatrice regista Leni Riefenstahl, le Olimpiadi di Berlino avrebbero dovuto, nell’idea di Hitler, esaltare la magnificenza della razza ariana e delle scenografie naziste. I primati di Owens si sono messi di traverso ai piani del Führer, questo è vero, ma la leggenda ha un po’ ingigantito i fatti.

Si dice che Hitler lasciò stizzito la tribuna d’onore senza nemmeno salutare il campione afroamericano, Owens racconta però una storia diversa. Secondo l’atleta “il Cancelliere mi fissò, si alzò e mi salutò agitando la mano. Io feci lo stesso, rispondendo al saluto”.

Smith e Carlos campus San Jose

Tommie Smith e John Carlos posano davanti alla statua al campus di San Jose che commemora la loro celebre protesta sul podio alle Olimpiadi di Città del Messico 1968

Per Hitler i neri non erano un gran problema, troppo lontani dalla realtà tedesca. Il vero nemico, interno, erano gli ebrei, erano loro che mai e poi mai sarebbero potuti salire su un podio. Nonostante le pressioni di boicottaggio contro le neonate politiche razziste e antisemite della Germania, il comitato olimpico a stelle e strisce opta per la partecipazione.

Il suo presidente Avery Brundage, ufficialmente, si dichiara contrario a mischiare politica e sport. Ma secondo lui in Germania non esisteva disparità di trattamento verso gli atleti ebrei tedeschi e tutta la faccenda del boicottaggio non sarebbe stato altro che un complotto comunista ebraico per fare fuori gli Stati Uniti dalle olimpiadi. Molto più probabilmente Brundage, da uomo d’affari quale era, non si fece problemi a prolungare i rapporti commerciali con la Germania nazista – come del resto fecero in molti negli Stati Uniti, almeno fino a che fu possibile.

Se i trionfi di Owens non erano, almeno nelle intenzioni dell’atleta, accompagnati da connotazione politica, lo stesso non si può dire di Smith e Carlos alle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968. I due sono personaggi quasi agli antipodi, Tommie Smith è un classico “bravo ragazzo” del sud, ligio al dovere e devoto alla Bibbia, John Carlos cresce ad Harlem, sforando spesso nell’illegalità, e aderisce alla radicale Nation of Islam.

Il loro punto in comune è la frequentazione della San Jose State University, dove sono entrambi allievi del carismatico professore di Sociologia Harry Edwards. Sarà lui a, in un certo senso, plasmare le idee politiche dei due corridori.

Edwards ha fondato il movimento Olympic Project for Human Rights (OPHR), che tra le tante richieste contro la discriminazione razziale ha anche la sostituzione proprio di quel Brundage, nel frattempo arrivato ai vertici del Comitato Olimpico Internazionale. L’accusa è di aver voluto, nel 1936, la sostituzione dei due staffettisti ebrei Glickman e Stoller con i neri Owens e Metcalfe, per non imbarazzare i nazisti con due ebrei sul podio, che per di più avrebbero potuto inscenare una protesta in pubblico – idea che tornerà utile.

Harry Edwards

Harry Edwards, il carismatico professore di Sociologia a San Jose che contribuirà agli atti dimostrativi delle Olimpiadi 1968

Ma l’obiettivo principale è il boicottaggio delle Olimpiadi 1968, apparso inevitabile fino a pochi mesi dalla kermesse ma poi risultato l’opzione appoggiata solo da una minoranza. Pazienza, gli atleti afroamericani avrebbero gareggiato con una fascia nera intorno al braccio in segno di protesta e qualcos’altro sarebbe certamente venuto fuori.

Anche il Messico sta vivendo un momento difficile, il 2 ottobre centinaia di studenti, che chiedono a gran voce libertà, vengono uccisi dall’esercito in piazza delle Tre Culture. Dieci giorni dopo hanno il via le Olimpiadi, in un clima tesissimo.

Il 16 ottobre è il giorno della storica finale dei 200 metri piani. Secondo la versione di Carlos, lui fa passare Smith per farlo vincere, ci tiene di più e altrimenti, forse, non se la sarebbe sentita di fare un gesto plateale sul podio. Ma nel cedere il passo, sempre che questo corrisponda a realtà, lascia sfilare anche l’australiano Peter Norman.

Quest’ultimo è a sua volta un sostenitore dei diritti degli aborigeni e appoggia pienamente l’idea di Smith e Carlos quando i due viene lo informano nel sottopassaggio, prima della cerimonia. Norman sale sul podio con una spilla dell’OPHR appartenuta a Paul Hoffman, non è chiaro se spontaneamente donata dal canottiere o se sottrattagli da Carlos, come invece racconta Norman.

Non può invece ricevere un guanto delle Pantere Nere, perché Carlos li dimentica e quindi Smith non può fare altro che spartire il suo paio con il connazionale. La simbologia include anche l’ assenza di scarpe, una collana di perle, la felpa sbottonata, un rosario, tutti emblemi di povertà, sfruttamento e violenza subita.

Foreman cane pastore tedesco

George Foreman con il suo cane, che causerà l’equivoco con gli zairesi. Il pastore tedesco era usato dai coloni belgi per tenere a bada e punire la popolazione

La celebre foto che ritrae i due atleti durante l’inno nazionale con il pugno alzato e la testa china è posizionata dalla rivista Life al sesto posto tra le più influenti del Novecento. Smith e Carlos hanno paura che al momento topico qualche cecchino farà quello per cui è stato addestrato. Non sarà così, forse era una paranoia eccessiva ma dettata dalle numerose minacce di morte già ricevute. Comunque gli atleti hanno visto in seguito farsi terra bruciata intorno – stessa sorte riservata dall’Australia a Norman – salvo una parziale e tardiva riabilitazione con una statua commemorativa del podio installata nel 2005 al Campus di San Jose.

Nel 1974 il mondo sportivo è in trepidazione per l’incontro di pugilato del secolo. A Kinshasa, il 30 ottobre, si sfidano Muhammad Ali e George Foreman, gli ultimi due campioni dei pesi massimi, in quello che passerà alla Storia come Rumble in the Jungle.

Dal 1965 il Congo è passato sotto la guida di Mobutu, personaggio che con la scusa di liberare definitivamente il Paese dal retaggio colonialista europeo – cambia anche il nome da Congo a Zaire – finisce con l’accentrare su di sé potere e risorse, divenendo uno dei principali cleptocrati del mondo.

Come tanti “colleghi”, Mobutu ha ben chiaro il potenziale dello sport come veicolo di propaganda e l’evento degli eventi non fa eccezione. Prima dell’incontro si esibiscono alcune delle migliori stelle del panorama musicale africano e non, da BB King a James Brown fino a Miriam Makeba. Una bellissima patina che copre la violenza di regime, mentre in superficie si parla di grande sport, grande musica e riscatto africano, gli oppositori del regime vengono imprigionati, torturati e uccisi.

A scaldare ulteriormente l’ambiente c’è la retorica che vuole Ali come il simbolo di questa emancipazione, per il suo meritevole attivismo senza dubbio, ma che dipinge l’inconsapevole Foreman come nemico degli africani, tutto per un equivoco.

Ali e Foreman

Muhammad Ali manda al tappeto George Foreman nell’epico “Rumble in the Jungle” del 1974

Foreman si presenta a Kinshasa con il suo cane, un pastore tedesco, che era la stessa razza usata da Leopoldo II e dalle sue forze di sicurezza per tenere a bada (eufemismo) la popolazione. La reazione dei congolesi è pavloviana, senza nemmeno conoscere il povero Foreman vanno tutti dalla parte di Ali, intonando il coro rimasto tra i classici, “Ali bomaye”, “Ali, uccidilo”.

Dirà in proposito l’artista zairese Malik Bowens: “sostenendo le battaglie civili dei neri in America si era guadagnato la stima di milioni di africani. Foreman? Non sapevamo chi fosse, molti pensavano addirittura fosse bianco. In ogni caso per noi rappresentava l’America”

(segue la prossima settimana…)

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