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La nostra vita (da quarantena)

Un frame da La nostra vita di Daniele Lucchetti, film del 2010 con Elio Germano. Ovviamente non parla di quarantena, ma ci sembrava “tematico” visto che, come si legge in una recensione, è “un film che mette un punto e costringe gli altri a ripartire“. (Foto da 01distribution.it)

Dopo il racconto della “quarantena degli altri”, un’ultima carrellata di piccole storie, stavolta tutte italiane, e soprattutto tutte vere. Tra “eroi” dimenticati e tabaccaie “in prima linea”, stakanovisti pentiti e tensioni di famiglia che (invece) si allentano, ricerche epidemiologiche che rivelano l’assurdità della loro giustificata lentezza e un “distanziamento fisico” che non deve diventare davvero “sociale”…

Forse la fase degli “eroi” è (finalmente) finita. Ma è sempre stata incompleta o scorretta, il che è un classico quando ci sono di mezzo gli stereotipi! Ci sono medici a cui non è mai piaciuto questo riferimento, “perché è il nostro lavoro”; ci sono persone che ne sono rimaste sorprese perché “prima ero perculato” (diceva un cassiere); infine, ci sono quelli che non si nominano neanche per sbaglio, perché sono categorie che non ci piacciono poi tanto, tanti sono gli stereotipi negativi che hanno accumulato nel tempo, eppure i loro servizi sono “usati” da molti (tassisti); o addirittura sono di fronte ai nostri occhi tutti i giorni (giornalisti); lavoratori talmente poco considerati, ancora meno di quanto consideravamo i cassieri, che non pensiamo proprio alla loro importanza, e ci riferiamo a chi pulisce e igienizza gli ambienti. Lavoro oggi più che mai “vitale” e insieme “pericoloso”.

Insomma, sono proprio tante le persone “in prima linea” (fraseologia da guerra che sarebbe da evitare, ma vogliamo vedere fino a dove possiamo arrivare…). Solo considerando i “servizi essenziali”, questi ammontano a 82, e unicamente per tipo, moltiplicato per tutte le aziende che si occupano di ognuno in ogni Regione… il numero si fa decisamente alto. Ma era fin troppo scontato che in Italia “chi ci dà cibo” sia il nostro favorito, tanto per rimanere nello stereotipo che spiega in una riga questo processo di eroificazione” del cassiere. Evidentemente il più “vicino a noi” dell’intera filiera alimentare… ma che dire di tutti i lavoratori nei campi, spesso nemmeno riconosciuti dallo Stato? I dimenticati sono davvero tantissimi, e paradossalmente i primi che dimentichiamo, a meno che non siamo direttamente coinvolti, sono proprio i malati e deceduti.

Un’amica ci racconta della sua nonna che ha 94 anni. Lo stereotipo dice che i “bergamaschi sono come rocce” ed è vero, ma è vero anche che il virus non guarda in faccia nessuno e lei durante questa emergenza, che ha visto sfilare camion militari ripieni di bare che familiari e amici non hanno potuto “nemmeno toccare con una mano”, “ha perso quasi una persona al giorno” tra amici, conoscenti, congiunti di amici, amici di amici… In fondo, solo loro possono davvero dirsi “in prima linea”, ma non hanno alcuna voce. E mentre i soldati erano davvero “eroi”, perché spesso costretti a sacrificare la propria vita, venendo ricordati anche in altro modo, con i positivi e i deceduti si dà un nome generale (appunto) e un numero quotidiano (nemmeno più), cercando per il resto di fare finta di niente. Come se di fatto non esistessero. Se il nemico è un virus, non ci interessano più soldati o ammalati (vivi o morti), ci interessano i medici. Perché in effetti solo loro possono salvarci. L’ammalato allora è un po’ come il “civile caduto” sotto il fuoco nemico, perché si è ritrovato sfortunatamente in mezzo. In modo più o meno passivo.

Tra gli altri dimenticati i tabaccai, che rientrano nell’essenzialità dei servizi (tra le malizie di molti). Infatti, ci si sofferma spesso sul tabacco e basta, cioè un monopolio di Stato che è ovvio che venga mantenuto attivo anche per rendiconto economico. Ma non si può ignorare che i tabaccai forniscano anche servizi di pagamento essenziali, e non si poteva ignorare che… già chiudi gli italiani 2 mesi in casa… più senza tabacco? È chiaro che il Monopolio sfrutta la dipendenza, ma questa è una cosa che andava rivalutata prima, ma tanto non si fa mai. Ora che in tempi di pandemia i tabagisti ci sono, si sa che ci devi stare molto attento. Tant’è che alcuni medici ammettono che concedere una sigaretta perfino alle donne incinte, è meglio che rischiare di stare coi nervi tesi per 24 ore. Altri la considerano una schiavitù mentale ancora peggiore. Ma se chiudevano i tabacchi in questo momento, davvero si rischiava la Rivoluzione Italiana!

Roma, Aprile 2020 – un bar chiuso durante la quarantena (foto credits aL Rinaldi StereoType magazine)

Un’amica racconta esperienze e paradossi da tabaccaia “in quarantena” nella periferia di Roma. Considerando sempre che ogni Paese, città e perfino quartiere può registrare atteggiamenti molto diversi, “a Pietralata non rispettano le distanze, o almeno non lo fanno dentro il mio negozio”. Per questo si è organizzata come meglio poteva: “ho messo un cellophane tra me e i clienti, ma a quel punto si avvicinano troppo rischiando di toccarlo, e dopo una giornata intera è stato toccato da tutti! Io l’avevo fatto per proteggerci, e gli dico sempre di stare lontani, ma così quasi mi sembra peggio…”

Le sue buone intenzioni valgono ancora di più se si considera che a metà Marzo la chiama la sua Asl di riferimento per dirle che “deve fare quarantena fino… a oggi. Stiamo svolgendo una ricerca epidemiologica e lei risulta cliente di un centro estetico in cui sono stati riscontrati dei casi di coronavirus, è dunque passibile di contagio”. “Ma come fino a oggi? Fino a oggi ho sempre lavorato…” Poche ore dopo la chiama anche il centro estetico, avvisato a sua volta. Ma oramai è tardi. La mia amica ha sempre lavorato e magari era una “paucisintomatica” che ha infettato altre persone. Si comprende il bisogno di tempo che richiede una ricerca epidemiologica che deve cioè ricostruire complicatissimi intrecci di contatti e relazioni, ma dire ‘lei deve fare quarantena fino a oggi…’ è quasi inutile come avvertire di un concorso il giorno stesso. Come faccio a prepararmi? L’unica cosa buona, dal punto di vista sanitario (mentale), è che l’ha sollevata da 2 settimane di… mi ammalerò? Mi aggraverò? Ho contagiato qualcuno a me vicino?

Dal punto di vista umano, infine, non ci sono solo conflitti, e in fondo la lontananza ci ha fatto capire che la vicinanza ci manca così tanto, che da lontani siamo tornati a essere più “gentili” di quando eravamo liberi di stare vicini. Infatti, perfino in vicinanza stretta, non ci sono solo conflitti o violenze che pure perdurano e in alcuni casi peggiorano. Questo dipende da tante cose: attitudini personali, larghezza degli spazi, numero di persone sotto lo stesso tetto. Tant’è vero che tra i due “estremi”, tra il single solitario e la famiglia allargata composta da tante e spesso opposte esigenze (per non parlare delle comunità terapeutiche), la coppia è forse quella che ne esce mediamente meglio (se non partiva con grandi conflitti). Ma perfino in presenza di bambini e/o adolescenti, con un’altra amica notavamo pure il contrario. Come certi vecchie tensioni si possano in realtà appianare, schiacciate da un’esigenza più grande. Un bisogno di armonia a tutti i costi, e almeno in casa, visto che lì fuori c’è l’Apocalisse. E visto che bisogna arrivare a sera con un minimo di salute mentale.

L’unica cosa che non si comprende appieno è questa ostinazione nel “non saluto” in città, anche se ancora stiamo sperimentando strade semi-deserte, uno dei sintomi che ci dicono che l’uomo si adatta, ma può anche fissarsi su certe cose, pure se queste nel frattempo sono cambiate. Un distanziamento “fisico” che non deve diventare davvero “sociale”, ma che può diventarlo se non iniziamo a dargli imput diversi. Fortunatamente quello fisico sarà solo momentaneo e sarà anche un’importante lezione per tutti per correre ai ripari, se non vogliamo ritrovarci con una pandemia all’anno che di certo non fa bene a niente, neanche all’iper-protetta “economia”.

Roma, Aprile 2020 – lungo strade deserte e silenziose gli oggetti – bus, edicole, schermi… – erano gli unici a parlare (foto credits aL Rinaldi StereoType Magazine)

Nei primi giorni di autobus vuoti, che oggi non sono molto più pieni, mi è rimasta impressa una scena classica che però non ha avuto il suo classico finale. Una signora anziana, piena di buste, con fatica cerca di salire dalle porte centrali. Un tempo ci sarebbe stata la calca per aiutarla (anche se aveva la pelle nera, il che purtroppo può ancora cambiare l’esito di alcune storie), ma comunque siamo rimasti tutti a guardare. Ricordo di aver avuto “il classico riflesso”, ma dopo un flebile passo con alzata di braccio, mi sono fermata. Un altro riflesso aveva evidentemente deciso in 1 secondo, prendendo il sopravvento.

Lì per lì mi sono raccontata che fosse “ovvia ragionevolezza” (il metro di distanza, non ho i guanti blablabla), ma mi sa che invece era semplice e automatica “paura”. Comunque una sensazione davvero brutta a ripensarci dopo e, sarà un caso, ma da allora non ho più preso un autobus, anche quando potevo. Ma continuo a rifiutare anche la macchina, soprattutto se non “ecologica”, perché non voglio contribuire allo smog che agevola il virus (e comunque la maggior parte dei bus di Roma vanno ancora a benzina): finché posso conterò solo sui miei piedi e sulla bici. Ma lo stesso “racconto di paura” e vero “distanziamento sociale” arrivò anche da altri amici, pure se in forme diverse: “Un uomo cade dalla bici, faccio per aiutarlo… e invece mi sono bloccato“. Ma la sua storia aggiunge una scappatoia dalle parvenze ancora umane: “per fortuna un altro uomo che aveva visto la stessa scena, più prontamente di me ha chiesto se stesse bene, almeno. E per fortuna non si era fatto nulla”.

Quello che rimane alla fine, dopo 56 giorni in “quarantena”, è comunque la sensazione più bella, che non vuole affievolirsi e che arriva dalle impressioni delle persone vicine. Non più solo un generico desiderio di vedere che le cose cambino, ma un vero bisogno che ora tutti abbiamo toccato con mano, e soprattutto una vera voglia di agire “stavolta sul serio”. Anche a Bergamo, dove già si registra più traffico auto che a Roma, amiche guidatrici (abbastanza incallite o appassionate), oggi sono letteralmente infastidite dal traffico che si sta riproponendo nelle strade e hanno tutta l’intenzione di “vivere in un luogo molto meno produttivo della Lombardia e più concentrato sulla felicità e il benessere delle persone”. Ci sono vip, come un Giorgio Armani, che hanno avuto la loro definitiva epifania (“io non voglio più lavorare così, è immorale, è tempo di togliere il superfluo”, proprio lui…). Ci sono amici di amici, di quelli convinti della “vita di prima”, fatta di lavoro estenuante e grandi meriti, che ora si rendono conto che “io non vivevo, correvo”. E ora “sinceramente non torno indietro”.

Ci sono amici, persone, i lettori di StereoType, “sognatori terreni” come noi, che sono già dentro il cambiamento, perché qualcosa è cambiato nel cuore di molti. E se cambia nel cuore, non si può conoscerne il tempo, ma di certo se ne conosce il contenuto.

Abituali spettatori dell’agitazione del mondo
i sognatori sono terribili quando,
di colpo, li prende il bisogno di agire.
Abbassano la testa e si precipitano contro i muri
con quella serenità sconcertante
che può dare soltanto un’immaginazione disordinata.
Joseph Conrad

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