Origins

Dàgli all’untore!

monatti - Templum Dianae

I famosi “monatti” della peste, addetti pubblici al trasporto nei lazzaretti di malati e cadaveri. Essi erano spesso carcerati, condannati a morte, o semplicemente “immuni” perché ammalati e guariti. Nel Settentrione il termine indicava inizialmente il becchino, e furono diffusamente descritti ne I promessi sposi. Oltre a loro Alessandro Manzoni descriveva anche gli “apparitori” quelli che con campanelli attaccati a cintola o caviglie avvertivano del passaggio dei monatti. La loro tenuta da lavoro era composta da tonaca, guanti, scarpe, bastone, cappello e la famosa… “mascherina” a forma di “becco” (famosa in ogni Carnevale più che altro) che conteneva paglia ed essenze aromatiche che fungevano da filtro e nel mentre distanziavano pure… altro che le FFP! (immagine da Templum Dianae, Biblioteca Esoterica)

Per l’ultimo articolo in quarantena serve prima una precisazione linguistica, visto che soprattutto l’Italia, dopo la Cina, è stata additata come “untrice” d’Europa. A parte che cronologicamente non è vero, il termine ha comunque una carica negativa derivante dal passato e infatti da tanti anni si cerca di dismetterlo, ma ogni volta che arriva un’epidemia, pare che non se ne riesca a fare a meno… 

Dàgli all’untore! Una precisazione di partenza: da molto tempo si chiede di non usare più questa parola che viene dal passato, con relativa carica negativa. La richiesta viene da esponenti del mondo medico e non. Settimane fa è stato Luca Richeldi, pneumologo del Policlino Gemelli di Roma, e parte del Cts per l’Emergenza, a riprendere per l’orecchio un giornalista che l’aveva utilizzata nel corso della sua domanda: “è un termine inappropriato, dispregiativo e terroristico”. Non so quanti l’abbiano ascoltato (a guardare le notizie più recenti…), forse perché la questione può sembrare marginale, ma come vedremo non è così.

Untore” era l’epiteto usato durante la peste di Milano del 1630 per indicare “i sospettati di diffondere il contagio ungendo persone e cose con unguenti velenosi; contro di essi si scatenò spesso l’ira popolare e si dette anche corso a persecuzioni giudiziarie”, come riporta Treccani. “Le unzioni effettivamente ci furono, ebbero carattere di continuità e, nel colmo della peste, furono assai frequenti, soprattutto da parte degli stessi monatti che, interessati a perpetuare con la peste il proprio guadagno, potevano veramente diffondere l’infezione spargendo intorno il marciume degli appestati”.

Si capisce subito come il termine oggi non possa avere alcuna funzione né di prevenzione né di informazione, eppure, dopo più di tre secoli, l’errore era già stato ri-fatto con l’Aids che venne definita (appunto) “la peste del XX secolo”, come spiega bene Parlare Civile, sito impegnato per una “comunicazione senza discriminazione”. Il termine, utilizzato ancora oggi “nei titoli dei quotidiani italiani o durante alcune trasmissioni TV”, votate al sensazionalismo, “di fatto accresce soltanto lo stigma”.

L’ira popolare contro i monatti si traduceva spesso nella famosa esortazione violenta: Dàgli all’untore! che qui diventa il titolo di una canzone di Caparezza dall’album Verità supposte del 2003. “Quando porto confusione nella popolazione Ne traggo giovamento massimo Panico al prossimo ed il prossimo potrebbe essere chiunque. Io intercetterò come un pivot la mossa della ressa Anche quando è a me che bussa No, non apro, sennò mi scopro Per il ruolo che ricopro di capro espiatorio…” 

Non solo, discriminare “l’untore” può anche aumentare il pericolo. Sia per il virus Hiv che quello SarsCov2 “la maggior parte dei contagi avviene da parte di persone non consapevoli di aver contratto la malattia”. Per tutti (i pochi) altri varrebbe comunque meglio la definizione di “persona che ha trasmesso volontariamente il virus”. Ma se si spinge tutti a sentirsi dei “cattivi untori”, quei tutti avranno la tentazione, anche comprensibile, di nascondersi, far finta di nulla, non fare eventuali test… il che ovviamente porta soltanto a un’ulteriore diffusione del virus, in questo caso il coronavirus

(continua con Le vite (da quarantena) degli altri, testimonianze fuori dall’Italia)

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