Gender

Omosessualità nel calcio, un tabù difficile da infrangere

Per uno sportivo, soprattutto di sesso maschile, dichiarare la propria omosessualità sembra essere un tabù duro a morire. Il dibattito nel nostro Paese sembra fermo al 2012, quando l’allora allenatore dell’Italia Cesare Prandelli invitava gli (eventuali, ma per la legge dei grandi numeri…) calciatori omosessuali a non vivere nella paura. Il tema non era tanto la libera scelta di fare coming out o meno, ma il non doversi nascondere per paura di ritorsioni da parte di compagni di squadra o tifosi.

L’appello di Prandelli era caduto più o meno nel vuoto, solo Diego Milito, l’attaccante dell’Inter del triplete, si era schierato pubblicamente con il commissario tecnico della Nazionale. Mentre facevano scalpore le parole dell’attaccante dell’Udinese Antonio Di Natale, secondo cui non sarebbe stato poi così facile per un calciatore uscire allo scoperto. L’opinione pubblica tacciò Di Natale di omofobia, ma più che altro l’attaccante, complice un eloquio non proprio raffinato, intendeva fotografare una situazione che certo, con questo tipo di atteggiamento, non cambierà mai.

Albin Ekdal

Le cose in realtà non sono proprio ferme al 2012. Pochi giorni fa il centrocampista della Sampdoria Albin Ekdal è intervenuto al Parlamento europeo nell’ambito di un’iniziativa per il Football v Homophobia month of action, il mese per l’azione contro l’omofobia nel calcio. Lo svedese ha parlato della necessità di una forte sensibilizzazione sull’argomento, ma ha anche aggiunto di come la realtà sia purtroppo diversa dall’ideale, visto che al momento solo otto giocatori si sono dichiarati omosessuali. La paura che la loro carriera diventi un inferno è forte, i precedenti infatti non sono incoraggianti.

Graeme Le Saux, nella sua biografia ha dichiarato che le voci di una sua omosessualità gli abbiano reso la carriera un inferno

Nella sua autobiografia, il terzino francese Graeme Le Saux, attivo in Inghilterra dalla fine degli anni ’80 fino ai primi 2000, ha raccontato di come le voci su una sua presunta omosessualità (peraltro nemmeno vera, per quello che vale) abbiano influito pesantemente sulla sua professione. Il momento del ritiro è stato per lui un sollievo.

Uno dei pochi giocatori che si è dichiarato omosessuale è Thomas Hitzlsperger, nazionale tedesco con una fugace e fallimentare apparizione anche in Italia, alla Lazio. Ma lo ha fatto a fine carriera, confermando l’impossibilità di farlo in attività.

Rimanendo alla Lazio, alla fine degli anni ’90 girava la voce che Vladimir Jugović, centrocampista serbo, fosse stato ceduto per una relazione col compagno di squadra Alessandro Grandoni – venduto lo stesso anno. Indipendentemente dalla veridicità delle chiacchiere da bar, l’episodio è stato ulteriore dimostrazione di una mentalità difficile da sconfiggere.

E parliamo del 1998, non degli anni ’30, altra epoca e soprattutto in pieno fascismo. Luisito Monti era un centrocampista molto rude, si dice per “compensare” la propria omosessualità. Secondo quanto asserito dal compagno di squadra Felice Borel, Monti, campione del mondo 1934 con l’Italia dopo la naturalizzazione dall’Argentina, avrebbe avuto un atteggiamento quantomeno predatorio nei suoi confronti nel corso di una festa piuttosto alcolica.

Da sinistra, Vittorio Tapparone, Felice Borel e Carlo Carcano

Si parlò anche di una (inaccettabile, ovviamente) relazione con l’allenatore della Juventus Carlo Carcano, il cui record di quattro scudetti consecutivi con i bianconeri è stato superato solo nel 2019 da Massimiliano Allegri. Ma Carcano non ha avuto l’opportunità di incrementare il bottino, fu cacciato a metà stagione 1935, non è difficile capirne il motivo.

La storia peggiore è quella del nigeriano Justin Fashanu, fratello del più noto John – almeno per chi seguiva Mai dire gol nei primi anni ’90, quando l’allora attaccante del Wimbledon era, per così dire, l’idolo di Peo Pericoli/Teo Teocoli.

Justin gioca bene al Norwich, ma dopo il trasferimento al Nottingham Forest inizia la parabola discendente. Prestazioni scadenti e soprattutto la voce di frequentazioni di club per omosessuali lo spingono verso il basso. Si infortuna, dilapida il suo patrimonio, finisce a giocare in nord America e poi nelle minori inglesi. Nel frattempo si dichiara rinato nella semplicità della fede cristiana, dopo anni spesi a ostentare ricchezza.

Justin Fashanu al Norwich

La sua omosessualità è un “segreto di Pulcinella”. Tanto che il suo allenatore al Leyton, Frank Clark, gli consiglia di superare le paure e fare coming out. Dall’altra parte il fratello minore John spinge in senso contrario, teme le conseguenze e pare che gli abbia addirittura offerto dei soldi per non rendere pubblica ll’omosessualità. Almeno così raccontò Justin.

Justin Fashanu prova in tutti i modi a rivitalizzare la sua immagine, ma finisce coinvolto in uno scandalo sessuale dopo la morte del parlamentare torie Stephen Milligan, ritrovato senza vita, senza abiti e con solo delle calze da donna indosso. In realtà è lo stesso Fashanu (o l’agente?) a vendere delle false dichiarazioni ai tabloid, alludendo a coinvolgimenti nella torbida storia. Però è un boomerang e viene cacciato anche dagli scozzesi degli Hearts.

Sembra finalmente ritrovarsi negli Stati Uniti, lontano dall’amata e odiata Inghilterra. Allena una squadra del Maryland, nelle serie inferiori, ma a marzo 1998 si apre un nuovo, ultimo inferno. Un minorenne del posto accusa Fashanu di averlo narcotizzato e poi abusato sessualmente.

Justin nega, parla di rapporti consenzienti e di un ricatto da parte del giovane per non rivelare la storia. Ci sono troppe questioni da cui difendersi, dall’alcol fornito ai minori in su. Scappa in Inghilterra, dove dopo pochi giorni porrà fine alla sua vita. Ormai non era più in grado di fronteggiare scandali, per di più molto seri.

“Manifactured masculinity” di J.A. Mangan

Lo storico inglese James Anthony Mangan fa risalire le ragioni dell’omofobia nel calcio alle origini di questo sport, cameratesco, quasi militare, nei college britannici di fine Ottocento. Ma da allora il progresso è stato lentissimo.

Secondo una ricerca dell’associazione britannica Stonewall svolta nel 2016, il 72% dei tifosi ha sentito cori omofobi almeno una volta nella vita; un ragazzo su cinque tra i 18 e i 24 anni ha ammesso che si sentirebbe imbarazzato se venisse a sapere che il suo giocatore preferito fosse omosessuale; i giovani sono due volte più propensi dei meno giovani a ritenere inoffensivo un insulto omofobo, purché nell’ambito della presa in giro.

Qualcosa del genere è successo all’ala danese Viktor Fischer, ventiquattrenne promessa non troppo mantenuta del calcio europeo, ora in forza al Copenaghen. Il fatto assurdo, spiega tranquillamente Fischer, è che bollare qualcuno come omosessuale avvenga con intenti offensivi. “C’è un problema culturale nel calcio, che si basa sull’essere duri, sul silenzio, perché questo dovrebbe renderti forte”. E meno male che di solito siamo abituati a pensare alla Danimarca come uno dei fari di civiltà – dimenticando che appena cinque anni fa il partito di estrema destra di vaga ispirazione neonazista raggiunse il 21%, ora per fortuna ridimensionato.

Viktor Fischer

Ovviamente non è solo una questione legata al calcio, ma allo sport (maschile) in generale. L’Institute of Sociology and Gender Studies della German Sport University di Colonia ha realizzato un sondaggio su un campione di oltre 5500 persone lesbiche, gay, bisessuali, trangender e intersessuali, tutti residenti nell’Unione europea, per il progetto Erasmus+ Outsport coordinato dall’AICS – Associazione Italiana Cultura e Sport.

La quasi totalità (90%) degli intervistati riconosce un problema omofobia nello sport, il 20% ha rinunciato ad attività sportive proprio per evitare situazioni discriminatorie, mentre fra i transessuali la percentuale supera il 50%. La media europea di chi non ha rivelato i propri orientamenti sessuali è di circa il 30%, ma in Italia raggiunge il 41% e in Ungheria il 45%. Il 16% del campione ha sostenuto di aver subito almeno un episodio discriminatorio, per i trans si sale al 30%, nella metà dei casi direttamente dai compagni di squadra.

Oltreoceano non va tanto meglio. Nel 2003 il cestista Jason Collins è stato il primo atleta dei tre sport principali statunitensi – baseball, football, pallacanestro – a dichiararsi omosessuale. Ma a distanza di ormai sette anni nessuno, almeno nell’NBA, la federazione di pallacanestro, ha seguito il suo esempio.

Jason Collins

Qualcuno semplicemente non è pronto”, è una delle possibili motivazioni che ha dato Collins a Yahoo Sports. “Vorrei vedere gli atleti vivere una vita autentica, senza sentire di doversi nascondere”, è l’auspicio di Collins. Il passo è difficile, specie nello sport maschile, proprio per questo risulterebbe di grande impatto. Ma per eliminare le paure è necessario che sia prima l’ambiente sportivo (e non) a creare le condizioni giuste affinché non ci sia bisogno di superare vergogne e timori.

E finalmente i mesi per l’azione contro l’omofobia saranno superflui.

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