Politics

Zalone, Pavone e quella perenne aria di derby

Checco Zalone Tolo Tolo

Tolo Tolo, il film di Checco Zalone che più ha fatto discutere

L’Italia repubblicana si è sempre spaccata a metà (circa) su tutti i grandi temi socio-etico-politici, dall’appartenenza all’area atlantica (NATO), ai referendum su aborto e divorzio, via via scadendo allo spinoso tema dell’agnello pasquale. Il dialogo costruttivo è pura utopia, il dibattito è cristallizzato su posizioni rigide con poche possibilità di convergenze, ma c’è un argomento che più di tutti fomenta gli animi oltre ogni logica: l’immigrazione.

L’esempio più esplicativo, almeno in ordine di tempo, è Tolo Tolo, l’ultimo film di Checco Zalone. Tutto nasce già con il trailer, che in realtà non è un trailer ma un teaser – la differenza è che il trailer contiene parti che sono effettivamente nel film, il teaser non deve sottostare a questa regola, in ogni caso entrambi hanno il fine di pubblicizzare la pellicola in uscita nelle sale. E il marketing è stato diabolicamente perfetto, giocando proprio sul derby perenne che si accende in particolare sull’immigrazione.

All’inizio sinistra sotto shock, canzoncina pseudo-quasi-forse xenofoba che ha fatto gridare allo scandalo, alla presunta appartenenza leghista di Luca “Checco Zalone” Medici. Poi, dopo un’attesa enorme, il film esce nelle sale e si ribaltano le parti. A sinistra si esalta la satira di Medici, maturata rispetto al passato, a destra si demolisce il film, che non fa ridere come i precedenti. L’unico che praticamente non si è mai espresso è… Luca Medici.

È usanza che quando esca un film, una serie TV, un libro i protagonisti facciano il giro delle ospitate (o marchette, a seconda del glossario che si vuole usare) nei programmi televisivi. Probabilmente lui non ne ha nemmeno bisogno, tanto la bomba è stata sganciata, l’attenzione del pubblico potenziale è già alle stelle. Ma neanche Bruno Vespa ne avrebbe bisogno, eppure quando fa la sua annuale pubblicazione gli viene il dono dell’ubiquità, quindi l’atteggiamento di Medici gli fa comunque onore.

zalone quo vado

Un fotogramma di Quo Vado, di Checco Zalone. Il film, nonostante trattasse un tema più comune per tutti come quello del lavoro, non ha diviso come quando si è affrontato il discorso immigrazione

Ora, il film può piacere o non piacere, può far ridere o no, ma di oggettivo ha un merito: ha evidenziato una volta di più come i gusti siano influenzati dalle idee politiche. Altrimenti le stesse discussioni e polemiche ci sarebbero state anche per i precedenti film di Luca Medici, che invece hanno sempre incassato molto, ma non hanno spaccato l’opinione pubblica così tanto.

Nonostante si parli di miglioramento o di crollo di Checco Zalone a seconda dell’ideologia di riferimento, l’impressione è che il film sia invece in linea con i lavori precedenti di Medici. Un umorismo tutto sommato comprensibile a più livelli e una presa in giro del cosiddetto italiano medio e i suoi stereotipi. Non il più raffinato dei comici ma nemmeno roba da De Sica & Boldi (che pure vengono definiti “specchio del Paese…”).

Quo Vado magari è stato un film più riuscito di Tolo Tolo, ma non si è dato il via a lunghi e sterili diatribe su posto fisso, precariato, contratti a tempo indeterminato, pregi e difetti di essere freelance. Eppure dovrebbero essere temi molto più stringenti, che riguardano veramente tutti quanti – almeno quelli che accettano di fare parte della società come la conosciamo.

Più dell’immigrazione, che riguarda indubbiamente una battaglia di civiltà, non ci si può interessare solo del proprio orticello ecc. ecc., ma di fatto tocca meno persone di quanto sembri. Eppure in troppi si sentono di dire la loro, anche senza una minima base delle necessarie conoscenze, alimentando l’atmosfera da Guelfi e Ghibellini.

Se ci si basasse veramente sulle competenze, i tweet di Rita Pavone o certe uscite di Lorella Cuccarini (ma anche di molti a sinistra) non esisterebbero. Pessimi sono pessimi, ma se uno ha un paio di minuti di tempo da buttare nel leggere i commenti, non è che le risposte siano tanto migliori. Non solo quelle becere che le danno ragione, anche quelle contrarie. La reazione istintiva, da cane pavloviano, è “boicottaggio”. La Pavone va a Sanremo? Cambiare canale quando è il suo turno. La Cuccarini fa un programma in TV? Non guardatelo – cose che una persona di buon senso farebbe a prescindere, anche se entrambe fossero state sulla Open Arms, non è quello che fa la bravura professionale.

rita pavone tweet

Uno dei tanti tweet di Rita Pavone che ha suscitato dure reazioni

Scherzi a parte, la contraddizione è questa. Si criticano giustamente le opinioni politiche fuori luogo di personaggi dello spettacolo, perché non c’è una comprovata competenza di fondo. A maggior ragione andrebbero giudicati solo per quello che è il loro vero lavoro, non per le suddette opinioni politiche – che se proprio andiamo a vedere è un tipo di discriminazione incostituzionale, almeno finché non si ha a che fare con l’apologia di fascismo o altri reati.

Farsi piacere personaggi più affini al nostro modo di pensare è naturale, ce le rende più simpatiche e di conseguenza siamo più morbidi nei giudizi. Il discorso (in genere) non vale per i più grandi nel loro campo, ad esempio nessuno con un minimo di cervello si sognerebbe mai di “boicottare” Luigi Pirandello perché fascista.

Ovviamente è molto più difficile quando non si è di fronte a capisaldi come possono essere i vari Zalone, Pavone, Cuccarini o Rubio. Bisognerebbe però riuscire a mettere da parte l’istintivo pregiudizio e valutare una produzione per quello che è, senza condizionamenti, persino quando quello che viene espresso coincide con le nostre convinzioni.

Ma sembra che uscire dal sistema binario in cui ci siamo incastrati sempre di più non sia così facile.

 

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