Inclinations

Tra doppiaggio e lingua originale meglio la flessibilità

doppiaggio lingua originale

Una sala di doppiaggio

Il doppiaggio è ormai obsoleto, abbiamo i migliori doppiatori del mondo. Il dibattito tra lingua originale e adattamento è piuttosto statico, parziale e soprattutto non ha una risposta giusta, univoca, con buona pace degli “esponenti” delle due fazioni opposte. Come in molti altri argomenti serve flessibilità.

Da bravi italiani – ma forse accade in tutto il pianeta, bisognerebbe vivere in tutti i Paesi per capirlo – non abbiamo mezze misure. O abbiamo il meglio del meglio, cibo, monumenti o doppiatori che siano, oppure siamo i peggiori in vari campi, come corruzione e lingue straniere.

Per esempio, da qualche anno abbiamo superato Francia e Spagna nella classifica europea sulla conoscenza di un idioma estero, senza dimenticare che la Gran Bretagna è sempre di gran lunga dietro tutti, per la fortuna/privilegio che l’inglese sia (ancora) la lingua franca internazionale.

mappa doppiaggio lingua europa

Mappa europea su doppiaggio e film in lingua originale (o situazioni miste)

Allo stesso modo non siamo gli unici a non esserci adattati ai cambiamenti che prediligono lingua originale e sottotitoli. Anzi, in Europa sembra che la divisione sia netta tra Paesi più grandi e più piccoli. Spagna, Italia, Francia e Germania, con la sola eccezione britannica, ricorrono al doppiaggio, gli altri sottotitolano. A est c’è una terza via. Resta l’audio originale in sottofondo, sovrastato da una o al massimo due voci che raccontano i dialoghi con la classica frizzantezza ex sovietica (onestamente sembra la scelta peggiore).

Prima di vedere pro e contro di doppiaggio e sottotitolazione, un po’ di storia. Con l’avvento del sonoro nel 1926, i vari Paesi si trovano ad affrontare nuove sfide per vendere e acquistare film nel mercato globale. L’Italia è sotto la dittatura fascista, che impone il doppiaggio per tre motivi principali, due propagandistici e uno pratico.

Uno, devono filtrare eventuali messaggi sovversivi; due, autarchia linguistica: se persino Louis Armstrong diventa Luigi Braccioforte (sic!), il ragù (dal francese ragout) ragutto e Buenos Aires Buonaria, figurarsi vedere un’intera pellicola in una lingua indegna – prima l’italiano!; il terzo motivo è che all’epoca c’è un buon 30% circa di popolazione analfabeta, non in grado di leggere i sottotitoli.

Del resto la fiorente industria hollywoodiana sta inondando il mercato delle sue produzioni e ha canali privilegiati con l’Europa. La Paramount apre un centro di doppiaggio a Parigi, ma poi l’Italia nel 1932 emana un regio decreto che vieta la proiezione di film doppiati fuori dai confini nazionali. Aprono così i primi stabilimenti di Roma, direttamente collegati alle major a stelle e strisce. Si va verso il professionismo, accantonando il pur apprezzato accento italo-americano dei primissimi anni. Dal 1939 il flusso si interrompe, vista l’alta tassa sul doppiaggio imposta alle case cinematografiche statunitensi. Ma dato l’imminente conflitto mondiale, questa è una preoccupazione secondaria.

frankenstein junior

Igor di Frankenstein Junior, tipico film con giochi di parole dalla difficile traduzione, che ci siano doppiaggio o lingua originale con sottotitoli

Tutto ovviamente riparte nel dopoguerra, a maggior ragione con l’Italia inserita nello scacchiere atlantico filoamericano. Nasce la Cooperativa Doppiatori Cinematografici (CDC) e con essa una seconda generazione di doppiatori che vede, tra gli altri, Giuseppe Rinaldi (Paul Newman), Pino Locchi (Sean Connery), Flaminia Jandolo (Brigitte Bardot).

Oltre all’interpretazione, che ricalca quella originale dell’attore, c’è cura nelle traduzioni affinché si cerchino di non perdere le sfumature, tutt’ora punto focale della questione. Già negli anni Cinquanta tutta Europa guarda all’Italia come caso di studio, mentre nasce una terza generazione che include anche Ferruccio Amendola. Nel frattempo il mercato si liberalizza, con numerose agenzie che fanno concorrenza alla CDC con tanto di cambi casacca da parte dei doppiatori. Del resto l’industria cinematografica produce sempre di più e di lavoro ce n’è per tutti.

Nonostante il radicamento del doppiaggio, con l’esplosione (e saturazione) delle serie TV, il sistema è stato messo in discussione, con giuste ma incomplete motivazioni. È vero che in lingua originale si colgono meglio le sfumature idiomatiche, di accento, di slang. È vero che c’è qualcosa di innaturale nel vedere un attore straniero che parli italiano. È vero che tutto questo aiuti l’apprendimento delle lingue.

Ma la lingua originale non è una panacea di tutti i mali. Per esempio, leggere i sottotitoli distoglie l’attenzione dalla totalità della scena, mimica dell’attore compresa – ma può anche essere una questione di allenamento. Quando si parla di “lingua originale” poi, il più delle volte, si intende inglese, sia per una questione di anglocentrismo che per una prevalenza statunitense nel mercato di film e serie TV.

Probabilmente la maggior parte di noi è anche in grado di cogliere le sfumature di cui sopra, ma in quante lingue? Inglese, certo, magari qualcuno pure in spagnolo, francese o tedesco. Stanno anche aumentando gli studenti di cinese o arabo, ma quanti saprebbero districarsi così bene in un film in una di queste lingue, o in giapponese, norvegese, swahili, tanto da valutare la bontà dell’adattamento italiano? O l’effetto sarebbe solo quello di leggere con estrema attenzione i sottotitoli mentre si susseguono suoni tutt’altro che familiari? Magari in certi casi il doppiaggio è molto più comodo.

mappa doppiaggio lingua originale

Mappa mondiale con la distinzione tra doppiaggio (rosso), lingua originale (blu), situazioni miste o non rilevabili (bianco)

Altro punto che la sottotitolazione non risolverebbe è quello dei giochi di parole. Prendiamo uno degli esempi più famosi, che è Frankenstein Junior (Young Frankenstein) di Mel Brooks. La battuta intraducibile letteralmente, “werevolves. Therewolves. And there castle” che gioca con l’assonanza tra where wolves? (Dove sono i lupi?) e werevolves (lupi mannari) è stata adattata in qualche modo con “lupo ululì e castello ululà”. È chiaro che senza vedere la versione originale ci si perde molto, ma in ogni caso, come rendere la battuta anche con i sottotitoli, senza aprire una parentesi di molte righe?

Infine un’ultima considerazione, sulla coerenza. Ci si spende molto sulla necessità di diffondere film in lingua originale a scapito del doppiaggio, ma non viene fatto lo stesso per libri o poesie. Anche nella letteratura si possono cogliere meglio senso, sfumature e atmosfere create da una lingua, ma chissà perché questa battaglia non medesimo risalto. Ah già, tanto non legge più nessuno…

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