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VISIO, la vita prende arte a Firenze

Fino al 1 dicembre 2019 a Firenze presso Palazzo Strozzi sarà ancora possibile visitare Visio. Moving images after post-internet, mostra a ingresso gratuito che esplora, attraverso l’arte di dodici giovani provenienti da dieci Paesi, l’immagine in movimento “dopo il dopo-internet”. Un’immagine che ci assomiglia parecchio…

La “condizione post-internet”. Questa è l’arte di una nuova generazione di artisti che è cresciuta e si è formata mentre computer e smarphone diventavano “i Mezzi” per eccellenza attraverso i quali immagini e video venivano e vengono condivisi. Un’arte che sente quindi di non poter prescindere dagli eventi, da questa “realtà iperconnessa”, trovando questa definizione di “condizione post-internet” alla fine del 2010. Quel “post” dunque non è tanto un “dopo”, quanto un voler “sottolineare la consapevolezza della centralità della rete” anche nella creazione artistica. D’altra parte dal 2010 a oggi le cose sono cambiate in modo talmente veloce che già questa espressione ha subito delle variazioni, diventando obsoleta e controversa, “e riducendosi per lo più alla categorizzazione, spesso dispregiativa, di una vasta tipologia formale di opere”. Un’estetica che si è già patinata “influenzata dalla retorica visiva della pubblicità digitale, della computer grafica e del corporate branding”. Questo è quanto è “ammesso” nella stessa brochure di presentazione della mostra Visio di Firenze (fino al 1° dicembre 2019) ed è sorprendente, perché non è l’unico “paradosso” che incontreremo e che perfettamente spiega la vita di oggi…

Dunque, che influenza hanno avuto questi cambiamenti su dodici giovani artisti? Le opere selezionate affrontano molti temi fondamentali del nostro tempo.

La privatizzazione della conoscenza. Può sembrare un controsenso, proprio perché siamo nel post-internet e tutti parlano di un’era di grande condivisione della conoscenza, ma l’opera di Jacopo Rinaldi, unico artista italiano, mostra l’altro aspetto della faccenda, più nascosto e sfuggente. E forse un po’ pericoloso. All the world’s memory (2015) è un mash-up audio-video tra un documentario di Alain Resnais del 1956, Toute la memoire du monde e le clip dei Google Data Center pubblicate sul loro canale YouTube. Considerando che all’epoca Resnais documentava la Bibliotheque Nationale de France con relativi commenti sugli “sforzi e limiti dell’archiviazione del sapere umano”, l’incontro con le immagini quasi futuristiche dell’archiviazione digitale crea l’impatto dell’opera. La voce narrante che raccontava un luogo pubblico sembra ora parlare della freddezza luminosa e solitaria, attraversata da un unico soggetto felice sul suo monopattino elettrico, lungo questi immensi corridoi fatti di librerie anonime (di fatto enormi hardware) e soprattutto chiuse (nonostante connesse). Come a dire che, forse, la connettività non ha una così facile corrispondenza con la condivisione…

Polina Kanis, The Pool (2015) Foto di Federica Di Giovanni, courtesy of Fondazione Palazzo Strozzi

Poi c’è la normalizzazione della violenza, tra uomini, con Buildups (2015) di Adam Kaplan (Israele), anche qui un mix audio e video (e computer grafica) che denuncia, proprio al contrario della privatizzazione, la “pubblicità della violenza”: in questo caso quella dei servizi segreti israeliani contro Hamas messa a disposizione, di nuovo, su YouTube e di nuovo dagli stessi protagonisti dell’azione. “L’accostamento tra realtà e finzione sottolinea l’assurdità dei nostri tempi, in cui guerra e violenza sono trasformate in spettacolo”. In senso negativo. Ma la violenza che si fa spettacolo può avere anche una forza positiva, come nell’opera della croata Valentina Knezevic, Voiceover (2017) che mostra l’esperienza di guerra, e la precarietà che essa butta addosso agli uomini e le donne che decidono di prendervi parte, attraverso la danza di un ex militare dell’esercito israeliano diventato successivamente ballerino. La stessa precarietà della russa Polina Kanis che in una piscina buia e silenziosa (The pool, 2015) ha deciso di rappresentare il mondo intero: persone fuori dal tempo si muovono, non parlano, scompaiono, “come in un contrappasso Dantesco” che di fronte alla morte lascia poco spazio alla connettività.

C’è poi la violenza tra uomo e animale con Play down (2017) di Agnieska Mastalerz (Polonia), che, senza andare a scomodare immagini davvero brutali da allevamento intensivo, si sofferma su un aspetto meno pensato, quasi intimo: l’asettico accoppiamento a cui sono sottoposti gli stalloni che serve a raccogliere il loro sperma. Quest’opera ci fa pensare che nel post-internet, infatti, la “realtà virtuale” vada a investire perfino gli animali, anche se purtroppo è realissima: “il cavallo è così costretto a vivere una realtà simulata al solo fine di rispondere alla domanda del mercato”. Una selezione dal sapore quasi “ariano”.

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Play down (2017) di Agnieska Mastalerz (Polonia) Foto di Federica Di Giovanni, courtesy of Fondazione Palazzo Strozzi

Questo sottile confine tra reale e virtuale a Firenze diventa il filo di una mostra, di un’arte e alla fine, anche il filo che sempre più si insinua nelle nostre vite contemporanee. Non c’è momento, come non c’è opera, in cui non si riflettano questi continui sconfinamenti che per forza di cose ci disorientano. Emblematica in questo senso My view (2017) di Patrick Alan Banfield (Gran Bretagna) che, facendoci calare in realtà virtuale (tramite Oculus) nell’archivio dello stesso artista, ci fa toccare più da vicino questo effetto “bombardamento di immagini e contenuti video” a cui siamo quotidianamente sottoposti. Lasciandoci quasi svuotati e privi di ricordi, in questa carambola di eventi solo marginalmente reali. Soli, mentre gli altri ci guardano da fuori, attraverso altri schermi. Soprattutto se si sa che quest’opera viene da “un momento di crisi creativa dell’artista, un flusso di coscienza” intermediato. Che quasi viene da chiederci se il video non faccia l’artista.

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My view (2017) di Patrick Alan Banfield (Gran Bretagna) Foto di Federica Di Giovanni, courtesy of Fondazione Palazzo Strozzi

Ci sono poi le questioni impellenti. Quella più sentita dell’identità di genere affrontata in Katharsis (2019) di Miguel Azuaga (Spagna), intervista (decostruita in modo da trasformare i ruoli e attuare la “catarsi“) ad alcuni membri della comunità omosessuale e accademica di Berlino. E quella, accidentale, dell’identità di chi migra che sembra proprio essere il problema principale delle migrazioni. L’opera di Enar de Dios Rodriguez (Spagna) si intitola Fortress Europe (2018) ed è un video di spezzoni di video promozionali per la messa in sicurezza dei confini europei con tanto di transenna sponsorizzata. E non solo. L’opera si compone anche del biglietto di ingresso alla mostra stessa che infatti, a leggere bene, sotto un banale “General admission” scrive: “Any limitation of space begins with the imposition of an entrance” (“ogni limitazione di spazio inizia con l’imposizione di un’entrata”); e dello sticker “voi siete qui”, da applicarsi una volta arrivati alla transenna. Ma c’è poco da fare a quel punto, se non “tornare indietro dal punto in cui si era partiti”. Con un pensiero che purtroppo può essere solo sfuggente a cosa questo significhi, quando certe decisioni prese da altri vanificano ogni speranza, dissolvendo tutte le forze che ti avevano spinto fino a lì. D’altra parte ci vuole ben poca forza per visitare una mostra…

Su binari poco scontati quest’arte già si occupa anche del “valore della memoria” e la ricerca (precaria) su ciò che dovremmo conoscere meglio, i pezzi della nostra stessa famiglia. Ben tre opere sono rispettivamente alla ricerca di un fratello, un padre e un nonno. L’urgenza di “trattenere passato” per dare a una persona quel “video” che non ha mai avuto, come nel caso di Gil (2016) di Eva Giolo (Belgio). In fondo siamo sempre nel post-intenet e anche qui è necessaria una ricostruzione indiretta, intermediata, anche se in modo diverso rispetto a Banfield. Un passato che stiamo dimenticando, ma è ancora tutto lì, che trasuda storia, piccola e grande, familiare e collettiva, come in Ready-mades with interest (2017) di Rebecca Jane Arthur (Gran Bretagna). Addirittura Inas Halabi (Palestina) con il suo Mnemosyne (2016) cita la “Memoria” per eccellenza, la dea greca “inventrice del linguaggio e delle parole”. Per dirci che essa, insieme alla Storia, sono molto più di una semplice “riproduzione”, sono “trasformazione” che fa di ognuno di noi “uno storico“, soprattutto “quando manca la fonte primaria”.

Un pezzo dell’opera Wast land inc. di Igor Simic (2018) Foto di Alice Rinaldi

Questa voglia di memoria è una fortuna in un mondo così smemorato che è sta diventando sempre più simile a questa enorme Waste land inc. (2018) rappresentata da Igor Simic (Croazia). Tratta dall’omonima ambientazione post-apocalittica del videogioco Golf Club – che già di suo è “una satira sottile” che però “critica fortemente l’ideologia della Silicon Valley fondata sulla fiducia incondizionata nella tecnologia” – anche quest’opera è in dialogo con altri media. Di fronte agli schermi un neon fuxia sprigiona il “neologismo simbolo di una cultura giovanile che vive solo il presente”: Yolo cioè You Only Live Once. “Si vive una volta sola”.

Costrette da Fortress Europe a tornare indietro da dove siamo partite, usciamo da questa mostra un po’ fredde e sconvolte. Video video video. Anche qui. Video che, per loro naturale costituzione, non creano particolare “calore”. Ci sentiamo anche un po’ confuse dagli eventi che questa nuova arte sembra avere l’urgenza di rappresentare, ma non sappiamo se abbiamo ben capito. Poi torniamo a casa, e leggiamo con più calma le brevi descrizioni delle opere, mentre le ripensiamo, elaborandole di nuovo. E capiamo che c’è (anche) bisogno della testa per cogliere l’emozione che sta dietro questa “arte di schermi”. E d’improvviso tutto è più chiaro… perdita di memoria, intermediazione, normalizzazione di cose anormali, e quel perenne essere sul filo del rasoio invisibile tra reale e virtuale: c’è tutta la nostra vita di oggi qua dentro. E non può non sconvolgerci lasciandoci inebetite. Perché è proprio quello che ci sta succedendo. Firenze come al solito è una città che guarda avanti, ed qui è il bello dell’arte che si trasforma: queste opere, nonostante la loro immediatezza, stranamente richiedono pazienza e ascolto. C’è ancora speranza!

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