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Calcio e regime

epa07921001 Players of Turkey celebrate a goal during the UEFA EURO 2020 qualifier soccer match between France and Turkey held at Stade de France Stadium in Paris, France, 14 October 2019. EPA/IAN LANGSDON

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Il saluto militare dei giocatori turchi, pietra dello scandalo. Ma non è così certo che i calciatori siano convinti sostenitori del regime, è anche possibile che abbiano voluto in questo modo evitare pesanti ripercussioni

Il saluto militare dei giocatori turchi dopo le partite di calcio con Albania e Francia ha fatto il giro del mondo. L’indignazione è stata unanime, anch per il tempismo. Solo pochi giorni prima, la Turcia aveva iniziato l’invasione del nord della Siria, ufficialmente per combattere l’Isis. Ma se l’indignazione è automatica, spesso è superficiale. Non possiamo essere sicuri che il gesto sia un sincero appoggio al regime di Recep Erdoğan.

Rischiano anche gli sportivi

Dopo il (presunto) golpe del 2016, Erdoğan ha stretto la morsa contro magistrati, giornalisti, intellettuali e persino sportivi. Lo sport è un motore di aggregazione sociale come pochi altri, agisce direttamente sugli istinti e costruisce l’identità. Nella maggior parte dei casi in maniera genuina e innocua, ma può anche essere strumento di propaganda a buon mercato.

Il veterano della Nazionale Hakan Şükür a fine carriera si è buttato in politica, ma dal lato “sbagliato”. Ora vive praticamente in esilio in California (vero, come luogo sarebbe potuta andare peggio) dove gestisce una caffetteria. “Sarei potuto diventare ministro”, dice Hakan senza troppi rimpianti, perché comunque è rimasto fedele ai suoi ideali.

Kanter l’apolide

Il cestista ora a Boston Enes Kanter è stato invece condannato a quattro anni di reclusione (mandato di cattura internazionale) e alla perdita della cittadinanza. Divenendo così apolide, mentre la famiglia è praticamente ostaggio in Turchia. E questi sono solo i due casi più noti.

Non tutti sono spiriti eletti, è comprensibile che un giocatore che pure militi all’estero abbia timori per i familiari in Turchia. Dove circa 50 mila persone sono in prigione ufficialmente per terrorismo. Di fatto perché oppositori del regime.

Enes Kanter, cestista oppositore del regime di Erdogan per questo privato della cittadinanza e condannato a quattro anni di prigione (con mandato di cattura internazionale)

Può (statisticamente) essere che qualcuno dei nazionali sia un effettivo sostenitore di Erdoğan, ma non abbiamo certezze assolute. Ed è una cosa di cui tener conto prima di inveire contro ragazzi verso cui non valgono i nostri parametri di dissenso. Sarebbe come biasimare i giocatori che si esibivano nel saluto fascista durante il Ventennio.

Mussolini e la propaganda nello sport

Mussolini (o chi per lui) è stato uno dei primi a capire come il calcio potesse essere veicolo di propaganda. Sicuramente il primo a sfruttare un evento sportivo importante come i Mondiali del 1934, organizzati in casa. Due anni dopo sarà la volta delle Olimpiadi 1936 a Berlino, in realtà assegnate alla Repubblica di Weimar, comunque grande occasione per il regime nazista. Mostrare all’estero il lato migliore, nascondere le nefandezze, compattare la popolazione verso l’obiettivo finale, la vittoria. Il tutto intriso di retorica.

L’Italia festeggia i mondiali del 1934, occasione di propaganda internazionale per il regime fascista

L’Italia vincerà quei mondiali, anche grazie agli aiuti arbitrali. Paradossalmente sarà più funzionale al fascismo la vittoria in Franci nel 1938. Primo perché più meritata (ma è relativo). Soprattutto perché la politica europea si era ormai delineata e la Francia era stata avversaria nella Guerra Civile in Spagna. La Nazionale, suo malgrado, era insignita dall’alto di oneri simbolici. Ne

Secondo dopoguerra

Nel secondo dopoguerra diventa ben chiaro a tutti come organizzare i mondiali convenga, dittatura o meno. Getulio Vargas, già a capo del Brasile degli anni ’30, è un classico esempio di governo populista sudamericano. Trae ispirazione da Mussolini e ottiene i mondiali 1942, rinviati per via della guerra al 1950.

Nel frattempo però il potere è passato in mano ai militari, che elaborano un piano semplice. Vittoria ai Mondiali casalinghi, elezioni e legittimazione popolare del governo. Che ci tiene anche a mostrare al mondo la faccia “civilizzata” del Brasile, contro lo stereotipo dei “serpenti per la strada”. Invece vince l’Uruguay e alle elezioni successive torna Vargas. 

The Rumble in the Jungle

Un desiderio di emancipazione nei confronti occidentali che, in parte, coinvolge anche lo Zaire di Mobutu. Nel 1974 Mobutu è a capo del Paese già da dieci anni, sfruttando la facciata del riscatto panafricano contro i colonialisti bianchi. Non a caso sceglie il nome “Zaire”, cambiando il precedente “Congo“, che però ora è tornato a essere quello ufficiale. In nome di questa ricerca di identità “nera”, a Kinshasa si tiene lo storico incontro di boxe tra Ali e Foreman, preceduto dai concerti di James Brown, B.B. King e molti altri artisti afroamericani e locali.

Peccato che Mobutu sia in realtà uno dei peggiori cleptocrati della Storia e un brutale dittatore, che sottragga risorse alla popolazione come un Leopoldo II qualsiasi. Il fiore all’occhiello è la Nazionale di calcio, i “leopardi“. Vincono la Coppa d’Africa 1968 e 1974, poi si qualificano ai mondiali in Germania Ovest. Sono i primi sub-sahariani a farlo. Il confronto con il resto del mondo è però impietoso. Se con la Scozia finisce con un onorevole 0-2, con la Jugoslavia è addirittura 0-9.

Minacce di morte

Mobutu non accetta e minaccia i suoi giocatori. l’ultima partita è col Brasile, cui serve un 3-0 per passare il turno. Oltre quel risultato, non si metterebbe bene per i leopardi. Il simbolo della tensione è nella punizione dello specialista Rivelino a pochi minuti dalla fine, sul 3-0 (limite consentito) per i brasiliani.

La tragicomica punizione di Rivelino (il numero 10), interrotta da Ilunga (al centro dell’immagine) che esce dalla barriera per allontanare il pallone. Solo molti anni dopo si scoprirà il retroscena tragico

Dalla barriera si stacca Ilunga, che corre verso il pallone e lo spazza via prima che Rivelino lo calci. Una scena quasi comica, se non fosse per il retroscena delle minacce di morte emerso solo anni dopo.

Desaparecidos

Nel 1978 è l’Argentina a ospitare i Mondiali. Il Paese sta vivendo da anni una crisi politica che ha riportato in carica Juan Peron, fino all’infarto che lo stronca nel 1974. Nel 1976 il potere lo prende Jorge Videla, generale dell’esercito che instaura un triumvirato con Emilio Massera e Orlando Agosti. Da lì saranno sette anni sanguinosi, con migliaia di morti, incarcerati e desaparecidos. In mezzo ci sono i mondiali, una scusa per dare una patina di normalità alla situazione interna. Le incarcerazioni aumentano preventivamente, per evitare che le voci dei dissidenti denuncino latrocità del regime. Che invece usa la retorica dei 25 milioni di argentini in campo con l’allenatore Menotti e i giocatori.

Assad in visita alla Nazionale siriana. Visto che molti dissidenti l’hanno abbandonata, chi accetta la convocazione è considerato vicino al regime

Menotti è inviso al triumvirato, ma è bravo. Nei suoi discorsi invita i suoi giocatori a ignorare le divise in tribuna e concentrarsi sui più umili, per dare loro almeno 90 minuti di tregua dai gravi problemi. La vittoria finale contro l‘Olanda di Cruijff sarà veramente condivisa con la popolazione, a dispetto della dittatura.

Nascondere le tensioni sociali

Si possono fare tanti altri esempi di come, anche recentemente, lo sport sia stato una scusa per distrarre da un regime autoritario (Mondiali Russia 2018 e Olimpiadi invernali 2014 a Sochi) o da forti tensioni sociali, come in Brasile nel 2014 e in Sudafrica quattro anni prima. O di come il potere abbia veicolato il calcio per i propri scopi.

Nel 2018, la Siria ha sfiorato una clamorosa qualificazione ai Mondiali e lo ha fatto con una Nazionale più o meno di “fedeli” al regime di Assad – molti dissidenti avevano già lasciato il Paese – ma costretta a giocare in Malesia.

A volte, tra i calciatori si levano voci di dissenso, come il caso del cileno Carlos Caszely… – continua con Calcio e regime (pt.2): il no di Carlos Caszely

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