Prosperity

Greta Thunberg, se un simbolo è ancora necessario (Iconoclastia pt. 2)

Greta Thunberg

Simbolo (nella definizione Treccani): “accostamento, riconoscimento”. Nell’antica Grecia (dove la parola affonda le radici etimologiche), “un mezzo di riconoscimento costituito da ognuna delle due parti ottenute spezzando irregolarmente in due un oggetto”. Ora indica “qualsiasi elemento atto a suscitare nella mente un’idea diversa da quella offerta dall’immediato aspetto sensibile” ma, in sostanza, evocativo – che sia il lupo delle favole o, ultimo in ordine di tempo, l’ovale incorniciato da trecce di Greta Thunberg.

Simbolo e ragione non devono necessariamente parlare la stessa lingua. Il primo è più immediato e viene compreso più facilmente dall’inconscio. Solo dopo, eventualmente, si passerà al livello successivo, ci sarà il processo di razionalizzazione. Tutte le società, da millenni, si sono tramandate miti, hanno usano riti e immagini allusive che non vanno interpretati letteralmente, per il cervello sarebbero ai limiti del ridicolo, fuori da ogni logica. Ma l’istinto in qualche modo ne afferra il senso recondito.

Così Cappuccetto Rosso può essere più efficace e diretta di anni di psicoanalisi, mettere la mano in un guanto pieno di formiche aggressive fa diventare adulti prima di quanto insegnino scuola e università o bruciare fantocci nel bel mezzo del deserto californiano (al Burning Man) è più liberatorio di ogni terapia. O, in negativo, una svastica fa venire i brividi molto più di uno dei noiosi passaggi del Mein Kampf.

I simboli sono stati fondamentali nella costruzione delle identità, individuali e collettive, essenziali nella narrazione che è servita a cementare clan, tribù, Stati nazionali, comunità religiose o di pensiero, tifoserie. E tutta la tecnologia a disposizione non ha cambiato poi così tanto le cose.

Svante Arrhenius, chimico e fisico svedese, primo a ipotizzare una relazione tra emissione di anidride carbonica e temperatura atmosferica già a fine Ottocento

Greta è appunto uno dei simboli del momento. Era forse dai tempi di Giovanna d’Arco che una ragazzina non dividesse così tanto l’opinione pubblica, peculiarità più che altro di istituzioni politiche, religiose o, al limite, sportive. Praticamente non c’è via di mezzo: o la prendi a esempio o la denigri.

Il tema del riscaldamento globale (dovuto all’azione umana) viene introdotto per la prima volta dal chimico e fisico svedese Svante Arrhenius, che già a fine Ottocento ipotizza una relazione tra emissioni di anidride carbonica e temperatura atmosferica. Del resto Greta ha 16 anni, non è una scienziata, è ovvio che riporti teorie di altri studiosi e di certo non le spaccia per sue.

Fenomeno ingigantito dai media? Forse. Il discorso all’ONU è stato un filo retorico? Sì, ma se non si è estremamente idealisti a 16 anni, quando? Sostenuta da qualcuno? Beh almeno dai genitori, visto che appunto è minorenne e non lavora, non può certo mantenersi. Dai poteri forti? Sarà, ma a un occhio inesperto gli interessi industriali e petroliferi possono sembrare molto più forti di quelli eventualmente dietro di lei – a meno che non si pensi a un piano così complicato della lobby del petrolio che costruisce a tavolino un personaggio così odiato a spingere tutti verso il consumo di più idrocarburi… roba da fratelli Coen.

Luca Mercalli, meteorologo spesso apparso sugli schermi di Rai3

Però ha mangiato un panino confezionato in plastica in treno. Va fino a New York in barca a vela col milionario Pierre Casiraghi, uno che è abbastanza lontano dallo stile di vita ecosostenibile. Dice ovvietà, non propone soluzioni, dovrebbe pensare alla scuola ecc. ecc.

Tutte cose che confermano come, anche per i suoi detrattori, Greta Thunberg sia comunque un simbolo, perché ha risvegliato l’istinto, la pancia, la frustrazione inspiegabile in modo logico. Altrimenti sarebbe stata ignorata come un pur bravo Luca Mercalli qualsiasi (chi??? il meteorologo che andava spesso ospite da Fabio Fazio e ha condotto, quasi passando inosservato, una trasmissione in proprio).

Così le fanno le pulci in un impeto di furia iconoclasta, cercando la minima falla, che ovviamente c’è perché ne abbiamo tutti. Basta avere un cellulare o un PC per avere sfruttato indirettamente qualche bambino del Congo o indossare capi di abbigliamento troppo economici per aver contribuito a minare il giuslavorismo del Bangladesh.

Appurato che siamo tutti colpevoli, si può anche smettere di guardare Greta con sospetto o di fare a gara a chi è moralmente più elevato ed entrare, secondo un termine abusato, nel merito, cioè su cosa fare e come farlo, guardando la luna al posto del proverbiale dito. Altrimenti applichiamo solo la regola dei granchi nel secchio, che ributtano giù senza apparente motivo quelli che provano a scalare le pareti del fatale contenitore. O peggio ancora la legge di Jante, nata dalla satira ma creduta come vera a latitudini dove l’umorismo è tutto particolare.

Non è solo (anche, ma non solo) una questione di genere, pure Al Gore subì un trattamento simile quando fece uscire il suo documentario Una scomoda verità. Eh, Gore parla parla ma poi ha un villone che consuma quanto una cittadina, si diceva una decina di anni fa. Che poi è come non dare retta a un medico che fuma e dice ai pazienti di non farlo. Sarà ipocrita, è ipocrita, ma alla fine della fiera ha ragione. Almeno Al Gore era già un adulto e un politico, strutturalmente più portato a incassare i colpi.

Al Gore

Si può discutere all’infinito se i simboli siano ancora necessari, evidentemente sì, per quanto ci sentiamo così intellettualmente emancipati. O sul perché proprio Greta Thunberg sia diventata un simbolo. Forse per l’età – rappresenta una generazione che più delle altre si vede imposta una situazione ambientale critica – o per una normalità di fondo, una non eccezionalità che se da un lato facilita l’identificazione, dall’altro conduce alle critiche. Come quelli che davanti a una tela tutta bianca a una mostra dicono con supponenza “questo avrei potuto dipingerlo anch’io”. Avresti potuto, ma non l’hai fatto.

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