Ethnos

Bronx, luogo di nascita dell’hip hop (una Storia, due Americhe)

Sedgwick avenue nel Bronx ottiene il riconoscimento ufficiale di luogo di nascita dell’hip hop

L’hip hop ha iniziato a muovere i primi embrionali e inconsapevoli passi nell’estate 1973, ma per capire meglio il contesto nel quale si sarebbe sviluppato bisogna tornare indietro di quasi trent’anni. Le dinamiche storiche e sociali avrebbero, nei decenni, trasformato gli Stati Uniti (nel macro) e il Bronx (nel micro), creando nel bene e soprattutto nel male le condizioni che avrebbero favorito una nuova tipologia di musica che sarebbe diventata preponderante, passando dall’underground urbano al pieno mainstream.

“Chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio”, disse l’allenatore José Mourinho. È come se questo concetto, riadattato alla bisogna, fosse stato applicato anche nel libro Rap. Una storia, due Americhe scritto da Cesare Alemanni, giornalista e scrittore classe 1982. Conoscere un argomento senza ampliare le vedute su tutto ciò che è intorno equivale a perdersi una parte fondamentale del discorso. In più, le divagazioni storico-politiche rendono il libro di Alemanni fruibile, almeno a larghi tratti, anche da chi, in tema di rap, non sa nemmeno che Eminem sia bianco.

Ancora nell’immediato dopoguerra il Bronx era un quartiere come molti altri. Meno ricco di Manhattan, sicuramente, ma senza quell’alone sinistro che lo avrebbe accompagnato per decenni e che tuttora fa scattare un allarme inconscio a chi ne sente il nome. È multietnico, vede la convivenza tutto sommato pacifica di italiani, irlandesi, polacchi, francesi, ebrei, neri, ispanici. Ma nel 1946, terminata da poco la guerra, le cose iniziano a cambiare.

LAvori per la Cross Bronx Expressway, arteria cittadina che ha dal dopoguerra ha iniziato a cambiare la faccia del Bronx

Robert Moses è il nuovo commissario alla Pianificazione della New York amministrata da William O’Dwyer. Nella sua mente una città, oltre ad avere quartieri autosufficienti, funziona se la viabilità è su automobile e non tramite mezzi pubblici. Progetta un’arteria cittadina, la Cross Bronx Expressway, in grado di connettere Bronx, Queens e New Jersey passando per Upper Manhattan.

Piccolo dettaglio: i lunghi lavori, dal 1948 al 1972, rendono invivibili intere aeree lungo il tragitto. Chi può se ne va, perlopiù i bianchi benestanti. Gli altri si devono accontentare della nuova edilizia popolare, i projects, oppure trasferirsi in zone ancora più periferiche. Qui però le famiglie nere trovano gruppi di italiani e irlandesi già residenti da tempo e non vengono accolti con tutti gli onori tipici del buon vicinato. Questi gruppi erano spesso organizzati in piccole gang di strada, stile Guerrieri della notte.

Con una disoccupazione giovanile oltre il 60%, gli anni ’70 vedono il proliferare di centinaia di bande (al loro picco massimo) per un totale di 11 mila affiliati. Violenza, incendi, occupazioni di edifici ormai abbandonati sono all’ordine del giorno.

Evento iconico in tal senso è la finale del campionato di baseball del 1977 tra New York e Los Angeles, allo Yankee Stadium del Bronx. Le riprese dall’alto inquadrano in diretta TV uno dei tanti roghi, toccato a un palazzo di circa venti piani e il serafico commentatore della partita dirà calmo: “There it is ladies and gentlemen, the Bronx is burning”, “Ecco qua signore e signori, il Bronx sta bruciando”.

Rap. Una storia due Americhe, il libro del giornalista e scrittore Cesare Alemanni che ripercorre la Storia dell’hip hop in relazione a quella degli Stati Uniti

In un palazzo non molto diverso, uno dei nuovi projects costruito nel 1967, pochissimi anni prima si era fatta un altro tipo di Storia. Clive Campbell, figlio di immigrati giamaicani, passa il (tanto) tempo libero ascoltando i dischi dei genitori, un’ampia collezione di jazz, soul, funk, blues, ovviamente il reggae e la dub tipici della Giamaica, persino una spolverata di country (roba soprattutto per bianchi…).

Il giovane Clive non si limita a un rapporto incorporeo con la musica o comunque limitato al normale contatto che si ha con i dischi. Studia, sperimenta la tattilità dell’oggetto, come cambia il suono se si appoggiano le dita e se il supporto vinilico viene indirizzato nel senso opposto a quello cui andrebbe.

Non interessato all’eroina o alle gang che imperano, Clive si guadagna popolarità nel quartiere prima giocando a basket, dove gli viene dato il soprannome Hercules in seguito abbreviato in Herc. Poi con le feste in casa, al 1520 di Sedgwick Avenue, dove intratteneva gli invitati giocando con sonorità già in partenza sconosciute ai più. Una sera dell’estate 1973, casuale come molte invenzioni e scoperte, Herc, ora diventato Kool Herc, propone per la prima volta il break, lo spezzettamento del ritmo delle melodie, in modo da renderle più incalzanti.

Dj Kool Herc, inventore del break durante le feste a casa sua al 1520 di Sedgwick Avenue, Bronx

Kool Herc affina le tecniche da dj, grazie all’utilizzo di due piatti per i dischi, ma anche quelle di intrattenitore, o meglio di maestro di cerimonie (MC). Mentre mixa i brani, Kool Herc comunica con i festanti ospiti pronunciando frasi senza grande significato ma che scaldano ancora di più l’ambiente. Il movimento si allarga sempre di più, con un MC che accompagna Herc, lasciandolo concentrato solo sulle basi, e gruppi (crew) di ballerini, i breakers, a fare da coreografia. E fornisce un’alternativa al crimine di strada.

Ma le belle storie non sono di casa. Una sera, per sedare una rissa, Kool Herc viene accoltellato. Sopravvive, ma qualcosa dentro di lui si spegne. Rimane ai margini della scena, si darà al crack nell’epidemia degli anni ’80 come risposta sbagliata alla tristezza per la morte del padre. Ma quello che è stato da lui creato ha recentemente avuto il riconoscimento ufficiale: nel 2017 l’ufficio della toponomastica ha certificato l’interesse storico del palazzo di Sedgwick Avenue, civico 1520, in quanto luogo di nascita dell’hip hop.

C’è un paradosso però. Se l’hip hop vede la luce nella spontaneità delle feste casalinghe del Bronx, il primo disco, l’ingresso nel mondo commerciale, è tutt’altro che genuino. Una mera operazione discografica dell’etichetta Sugarhill Records, che assembla la Sugarhill Gang come si sarebbe fatto con gruppi pop alla Backstreet Boys. Il singolo è Rapper’s Delight, di una quindicina di minuti, l’anno il 1979.

La Sugarhill Gang, la band creata a tavolino che portò l’hip hop nel mondo discografico

Gli anni ’80 sono alle porte. Ronald Reagan e la Reaganomics aumentano il dislivello sociale, con pesanti tagli alla spesa pubblica. La lotta alla droga, incrementata dopo la morte della promessa del basket Len Bias per overdose, aumenta il dislivello razziale: nei ghetti neri fa il suo rumoroso ingresso il crack, cocaina cristallizzata più potente e molto più economica. Confessioni di narcotrafficanti latinoamericani mettono in mezzo nientemeno che la CIA nella sua distribuzione in quartieri già disagiati, dando vita a numerose teorie del complotto.

La sperequazione razziale sta nella sproporzione delle pene tra possesso e spaccio di cocaina (più diffusa tra i bianchi), praticamente un buffetto e via, e di crack. Le prigioni sono riempite di afroamericani ma in generale il pregiudizio della polizia e della società sono tutt’altro che inventati.

La situazione precipita ancor di più quando nel 1991, a Los Angeles, quattro poliziotti vengono filmati mentre pestano a sangue il tassista afroamericano Rodney King, che non si era fermato a un posto di blocco. Nonostante le prove, gli ufficiali sono assolti, scatenando le violente proteste dei neri alla lettura della sentenza, nell’aprile 1992. In pochi giorni di rivolta (Los Angeles riots) perdono la vita 63 persone, altre 2300 rimangono ferite e gli arresti sono 12 mila.

Un’immagine delle cosiddette L.A. Riots, 1992

Il rap è ormai uscito dai confini del Bronx e di New York, ha evoluto le metriche elementari della Sugarhill, affascina e spaventa i bianchi, che da una parte ne vogliono la censura e dall’altra sono grandi consumatori di dischi prodotti da etichette spesso gestite da… bianchi con grande fiuto per gli affari.

Se i ragazzi neri possono riconoscersi nei problemi esposti dalle decine e decine di rapper affermati, i ragazzi bianchi sublimano la voglia di “vita spericolata”, di racconti di crack, di sparatorie, guerre tra bande e con i poliziotti, ma anche di riscatto economico (di pochi), contribuendo ad alimentare lo stereotipo del thug, del duro di strada più di quanto non abbiano fatto gli stessi rapper. Tesi, questa, sostenuta dall’accademica e direttrice del Centro Studi Etnici alla Brown University Tricia Rose nel suo libro Hip Hop Wars.

Dal genere gangsta, realistico, si stacca il genere mafioso, volutamente finto, come fosse un film. Ma nella direzione opposta si sviluppa un genere più politico, identitario, legato alle conquiste sui diritti civili. Si rifà ai precetti di uno dei padri fondatori, Afrika Bambaataa con la sua pacificatrice Zulu Nation, più che del capitalismo e del “morte tua vita mia” imperante nell’altro tipo di rap, semplice specchio di una società improntata a certi valori come quella statunitense.

Afrika Bambaataa, uno dei pionieri dell’hip hop, fondatore della Zulu Nation e di un genere rap più consapevole (verrà chiamato conscious non a caso) delle proprie radici e improntato sui diritti civili.

Non è difficile immaginare quale tipo di rap prevarrà, a livello di numeri e popolarità, così a fine anni ’90 avviene la scissione tra underground, più fedele alla fame che ha motivato i primi pionieri, e mainstream ormai appagato dal successo, ma almeno in continua evoluzione stilistica. Sia per l’ibridazione (soprattutto) con pop e r&b che per la sperimentazione di nuovi produttori.

Il rap si è trovato ad essere più una tappa che un punto di arrivo ben definito, subendo la sorte di altri generi di protesta come punk o metal che hanno avuto la loro parabola almeno per quanto riguarda i dettami originali e le scalate alle classifiche di dischi.

La linea evolutiva classica ci ha insegnato che i pesci si sono evoluti in anfibi, poi in rettili, uccelli e mammiferi. Ma questo non vuol dire che i pesci siano scomparsi. E così il rap (come il punk o il metal), anche se molte parole come flow (omologato dalla trap) o MC non hanno quasi più senso. Solo per il grande pubblico, però.

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