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Dai Millennials agli iGen, come cambiano le emozioni

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Ecco le ultime quattro Generazioni contemporanee. Si passa dai Baby Boomers, caratterizzati da “forte orientamento al lavoro e carriera, impegno politico e civile, indipendenza, istruzione medio alta, concretezza, disponibilità economiche e prestigio”; fino alle Generazioni X e Y, di cui i Baby Boomers sono genitori. La X è caratterizzata da “ambizione, autosufficienza, apertura al dialogo e tolleranza, flessibilità, lavoro per vivere e non vita per il lavoro, discreta conoscenza del computer”, la seconda Y (Millennials) invece è più caratterizzata da “ricettività, apertura, poco interesse alla politica, pigrizia, attenzione all’immagine, tolleranza, propensione a lasciare la casa in tarda età”. Infine la Z, i nuovi iGen, totalmente “iperconnessi. multimediali, autonomi, mirano alla rapidità più che all’accuratezza, sono attenti ai problemi globali e soprattutto sono più in grado di gestire il flusso continuo di informazioni”. Nel passaggio da l’una all’altra, c’è sempre qualche conquista e qualche perdita… mentre si va verso la Generazione C che sviluppa un comportamento sempre meno “tradizionale” o semplicemente “digitale”, per arrivare a un comportamento totalmente C-onnesso…

Internet, i cellulari, gli schermi… e come modificano le nostre vite nel bene e nel male. Finisce qui il nostro viaggio nella comunicazione nel suo più recente “passaggio critico”, dagli anni ’80 a oggi, dai Millennials (o Generazione Y agli albori delle nuove tecnologie) agli iGen (la Generazione Z dei ragazzini con gli iphone). Come si assottigliano le emozioni empatiche e si soppiantano i libri, gli unici “media” da sempre in grado di sviluppare il pensiero critico. Sperando che un giorno ci si fermi a pensare davvero alla disconnessione più o meno latente, nascosta sotto la connessione promessa da questi mezzi, raggiungendo così una più forte consapevolezza nel loro uso, oltre qualsiasi forma di dipendenza… basta solo questo.

(Continua da Perché abbiamo smesso di comunicare?)

Se è vero che lo schermo porta a “stare meno tempo con gli amici“, questo a sua volta “significa sviluppare meno attitudine alla socialità”, continua la professoressa Twenge, e cioè “meno capacità di leggere le emozioni sui volti altrui”, compreso il rischio di atrofizzarla completamente. Inoltre, l’ultima generazione degli iGen (a partire dal 1995) legge “libri, riviste e giornali in misura molto minore di quanto le generazioni precedenti facessero in gioventù: la percentuale di liceali degli ultimi anni che avessero letto autonomamente un libro o una rivista quasi ogni giorno” crolla inesorabilmente dal 60% del 1980 al 16% del 2015! Inoltre “ho saputo da ambienti universitari come gli studenti abbiano difficoltà a leggere periodi lunghi, e raramente affrontano il libro di testo previsto”.

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da italiani.coop l’identikit del Millennial italiano, che di certo ha caratteristiche un po’ diverse da quello americano studiato dalla professoressa Twenge.

Se i ragazzini di oggi hanno già difficoltà a leggere, non è certo colpa loro: non hanno proprio avuto l’opportunità di sviluppare uno svago bellissimo, che però richiede una sola cosa, fondamentale per seguire il flusso della storia: concentrazione. In una società cosparsa di gente al telefonino e pochi libri, compresi i genitori, solo la scuola rimane a baluardo della lettura per sua naturale costituzione. La solita “cattiva” della situazione che costringe in un’attività ritenuta ormai particolarmente difficile e noiosa. Eppure…

Nessuno schermo può regalare la possibilità di immaginare una storia così come si vuole, nel proprio pensiero, come sono fatti gli ambienti e i personaggi, come interagiscono tra loro. Questo è il calarsi in una storia, sognare con essa, rivedercisi dentro, alla fine viverla perché la si sta creando da soli, grazie a quello che fu il pensiero di un altro. Purtroppo senza concentrazione questo non è più possibile, come fai a starci dentro sennò? E così perfino la mia, che vorrei tenere intatta, si fa più labile e labirintica, persa dietro ai classici loop internettiani da “scorrimento” (scroll). I libri (senza figure) diventano a quel punto solo una sfilza di lettere da leggere il prima possibile – e non a caso si è notato che molti ragazzini non riescano proprio più a leggere in ordine, zigzagando tra le righe come si fa sui siti web, con il solo scopo, utilitaristico, di cogliere l’essenza del messaggio. Ma mentre può avere senso per un sito web, non ne ha alcuno con un libro. Per entrare in una storia c’è bisogno di calma, soprattutto mentale.

distrazione a lavoro e nel tempo libero

Un interessante grafico relativo a una ricerca condotta nel 2018 mostra come la “distrazione da tecnologia” stia completamente invertendo la rotta, dai Baby Boomers a oggi… se prima disturbava più il lavoro, oggi distrae maggiormente le attività personali e in percentuali più alte…

La concentrazione (utile non solo per leggere libri) è il primo aspetto che viene seriamente minato dalle nuove tecnologie: siccome sono sempre lì a portata di mano, sempre lì a notificare nuove news, mail, like, feedback e quant’altro, è come se non ci fosse più bisogno di ricordare o di inventarsi cose da fare, che era una delle cose più belle e fantasiose della vita prima di internet. Mentre la distrazione impera: quante volte prendi il cellulare per fare una cosa e ti ritrovi da tutt’altra parte? Per forza! Dentro quel cellulare c’è tutto: il rimedio contro qualsiasi forma di noia. Ma quanto spreco si attua a quel punto, a livello celebrale, energetico, fattivo e di emozioni, rispetto a quello che si doveva fare? Eppure ciò che ci ricordano in continuazione, a ben vedere, non sono cose poi così importanti per la nostra vita. Ma, nonostante questo, per moltissimi il numero di like cambia addirittura la percezione che hanno di loro stessi. Vedi “the facebook experiment” che ha portato alla conclusione che “uscire da facebook porta a maggiori livelli di benessere”.

E infatti non è un caso che chi è nato negli anni ’80, cioè i Millennials, (e precedenti) riescano a gestire questi “effetti collaterali” in modo più efficace. Chi è nato prima di queste tecnologie sa, infatti, che non succede niente se il cellulare si scarica, mentre ho visto ragazzini e ragazzine letteralmente impazzire, e interrompere lezioni, se non trovavano un caricabatterie o una presa libera… immediatamente. Anche a scuola appunto, dove in teoria il cellulare, almeno per qualche ora, non ti dovrebbe proprio servire.

dipendenza da facebook

– “Io penso che avremo bisogno di incrementare la dose”
– “Non piaccio a nessuno!”

Ma è una lotta anche per gli adulti: la tentazione della tecnologia è fortissima. E la prova è proprio su una come me, che non ama particolarmente il cellulare perché lo considera invasivo, eppure, sono la prima ad aver modificato in modo preoccupante le mie abitudini. Perdendo tempo, staccandomi dalle persone, non ricordando più niente, distraendomi a più non posso. Tanto che ho deciso di non essere più ossessionata con la carica, almeno, come un tempo. Perché io lo so che posso “sopravvivere”: me lo ricordo.

Adesso, quando il cellulare si scarica, per me è un’occasione per rivivere quella sensazione meravigliosa di solitudine nel mondo, il “brivido” di dover contare solo su me stessa e le mie capacità; e al contempo, la sensazione di esserci completamente dentro e in connessione. Magari chiacchierando con chi mi è di fronte invece di tagliare corto o fare finta di niente perché c’è il cellulare. Perché purtroppo, anche per una come me, che leggeva tanto e dice di amare ancora i libri, è solo quando il cellulare si scarica che anch’io riprendo in mano un libro, perché è quando il cellulare si scarica che posso finalmente annoiarmi di nuovo, e ritrovare la bellezza di fare altre cose. La povera noia che tutti rifuggono e che è la vera grande sconfitta della tecnologia, ma anche la vera attivatrice di idee e fantasie, osservazioni e desideri, domande e curiosità, e magari due parole con qualche sconosciuto.

Non voglio certo dire che ci sia poco da fare, per i giovani iGen, riprendendo le parole della Twenge, “sono fisicamente più sicuri e protetti, e più tolleranti delle generazioni precedenti. Sembrano inoltre avere una più forte etica del lavoro, e attese più realistiche di quanto i Millennials mostrassero alla loro età. Lo smartphone minaccia però di farli deragliare ancora prima della partenza”. Per evitare questo c’è solo un rimedio: un uso moderato dello smartphone e dei social media – fino a un’ora al giorno – non causa problemi di salute mentale. Tuttavia molti ragazzi (e adulti) passano molto più tempo sul loro telefono di quanto dovrebbero”. Nonostante questo, “con una mia certa sorpresa, i giovani iGen che ho intervistato mi hanno detto che piuttosto che comunicare via telefono vorrebbero vedere i loro amici di persona”.

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– “Sembra così libera” – “Probabilmente ha lasciato il cellulare a casa”

Questo a me ricorda solo una cosa, le dipendenze, su qualsiasi cosa si formino. Come quando fumi, ma vorresti smettere. Come quando mangi troppo, ma vorresti smettere. Come quando lavori troppo, ma vorresti smettere. Noi lo sappiamo benissimo, dentro di noi, che tutte queste cose, in eccesso, ci fanno male. Dobbiamo solo seguire con più fiducia e senza paure, gli innati consigli che ci diamo.

Perché la tecnologia ci raffredda, ci distrae, ci rende indifferenti, smemorati, pigri, ci isola nell’illusione della vicinanza. In esperimenti di allontanamento dal proprio partner, in cui si prevedeva quindi anche l’allontanamento dal cellulare, c’era chi sentiva di soffrire di più, a livello di mente ed emozioni, per l’idea di separarsi dall’oggetto che dalla persona. Per poi rendersi conto delle emozioni opposte, una volta che l’esperimento inizia e si viene calati nella realtà: è la persona che manca terribilmente, non il cellulare. Eppure il cellulare è talmente “diabolico” che ti porta a pensare che è lui la cosa più importante. È un esempio sufficiente per dire che c’è qualcosa che non va? Di contro, se fino agli anni ’80 e i Millennials, ci si impegnava seriamente per vedersi, era anche perché non erano coinvolte decine (centinaia, migliaia) di persone, ma solo quelle più importanti. Inoltre, dovevi ricordare tutto, numeri di telefono, vie, nozioni: non c’era nessuna Wikipedia da sfoggiare ogni 5 minuti per qualsiasi dubbio si voglia sciogliere, ma che tanto si dimenticherà con altri 5 minuti. Infatti è stato dimostrato che leggere i libri o scrivere con la penna, aiutano la mente a ricordare e imparare, perché sono attività che hanno ancora una loro “manualità”. La tecnologia, in fondo, ci rende sempre più incapaci, mentre lei diventa sempre più smart. Non dimenticare mai come si conta solo su noi stessi, e sul nostro essere essere umani, è la grande sfida di oggi e del mondo a venire.

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4 replies »

  1. Lo storico dell’arte Berenson definiva “tattile” il piacere di rapportarsi ad un quadro, ad una statua, ad un libro. La carta di un giornale o di un libro non potrà produce un gusto che nessun tablet o smartphone potrà mai restituire. Bellissimo servizio

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