Ethnos

Perché abbiamo smesso di comunicare?

Angie and Me, 2014

Il fotografo americano Eric Pickersgill è famoso per questa serie di foto intitolata “Removed” (2014), dove a essere rimosso, in postproduzione, è proprio il cellulare o analoghi. Dopo aver scorto in un ristorante una madre che sembrava triste e sola mentre guardava fuori dalla finestra, in mezzo a una famiglia assorta sui cellulari, con un padre solo a leggere pezzi di cose che trovava su internet… ha avuto l’urgenza di mostrare la subdola dipendenza e disconnessione che questi mezzi possono provocare, essendo consapevole di esserne vittima lui stesso…

Questa può sembrare una piccola storia triste. Ma come andrà a finire dipende solo da noi… Molte ricerche indicano che il mondo si stia come “intristendo”, appunto, a causa dello sviluppo degli schermi, le decine di interfacce con cui ormai interagiamo quotidianamente, talvolta perfino di più che con le altre persone. Non bisogna essere dei geni per capire che questo non può farci bene: se è vero che ogni specie è naturalmente portata a interagire con la propria specie, è come se fossimo i primi animali a non interagire con noi stessi. Ma con qualcosa di alieno a noi. Addirittura inanimato…

Continua da Vi ricordate gli anni ’80?

Quando una rivoluzione tecnologica è in corso spesso, si è talmente coinvolti negli aspetti positivi che non si fa caso a quelli negativi, che ovviamente ci sono, come in tutte le cose. Dopo quasi 25 anni dall’avvento di internet per le masse qualcosa è cambiato in noi. Ed è solo inutile fare finta di niente. Anche perché sarà facendo finta di niente che ci troveremo davvero negli incubi di Black Mirror.

Internet è meraviglioso, ci dà opportunità e comodità impensabili fino a poco tempo fa e, insieme al cellulare soprattutto, ci mette in connessione potenzialmente perpetua. Ma di fatto c’è mai stata questa connessione tra le persone? Ogni nuovo mezzo di comunicazione chiaramente intende far comunicare, ma nel tempo, o forse sarebbe meglio dire nei numeri, qualcosa si è inceppato. La comunicazione, oggi, è talmente su larga scala che è diventata solo una rincorsa a farsi sentire. Tutti posso effettivamente parlare, ma sempre pochi sono ascoltati. L’effetto è frustrazione allo stato puro che non fa altro che auto-alimentarsi.

Kibbitznest, 2016

Eric Pickersgill, anche tutti insieme.. il risultato non cambia

Si può capire dalle piccole cose che la comunicazione è già più difficile da ottenere, rispetto a prima del 2000. Basta andare in giro per i mezzi pubblici. Quando ti guardi intorno, le facce sono sempre più chinate sugli schermi. Non che si potesse mai fare granché su un autobus, ma ormai ci si ignora completamente. Schermi che evidentemente ci proteggono dai nostri stessi limiti, sennò perché divertirsi a insultare gente che altrimenti non si insulterebbe se la si guardasse in faccia? La separazione dal mondo fisico giustifica tutto e riduce ogni empatia, sentimento che può crearsi infatti solo nella realtà. E che i robot, si dice, non avranno mai. Perché la vita virtuale, checché sia in mezzo a noi, è diversa dal qui e ora. È l’esatto opposto, un mondo fuori dal tempo e dallo spazio, che infatti accorcia le distanze e fa perdere tempo. Se dai troppa sostanza al virtuale, il virtuale si mangerà il reale. Perché è comodo, è bello, e soprattutto non è “vero”.

Cosa succede quindi a chi nasce direttamente dentro la tecnologia? Se negli anni ’80 la rivoluzione era appena iniziata, toccando solo superficialmente le vite di quei ragazzini (i cosiddetti Millennials), è dagli ’90 che si rischia di non sentirsi più in grado di vivere senza quella tecnologia, ecco che succede. Jean Twenge, professoressa di psicologia alla San Diego State University e autrice di Iperconnessi (Einaudi), lo spiega molto bene.

Fino a poco tempo fa pensavo (e con me molti altri) che la data più tarda per i Millennial potesse essere il 1999 – ovvero i 18enni di oggi”, scrive la Twenge. Questa convinzione è però cambiata pochi anni fa, quando ho iniziato a notare, intorno al 2010, grandi cambiamenti nel comportamento e nelle attitudini degli adolescenti, e nel loro uso del tempo, durante le ricerche annuali che conduco su 11 milioni di giovani”.

“Dopodiché, dal 2012 sono improvvisamente comparsi dei cambiamenti nel loro benessere mentale: depressione, ansia e solitudine sono schizzate verso l’alto, mentre la felicità diminuiva. Il tasso di suicidi è aumentato di oltre il 50%, così come il numero di adolescenti con depressione a livelli patologici”. Fino allo sviluppo di vere e proprie dipendenze come la “sindrome da disconnessione, la novità che arriva insieme all’ultima marca di cellulare.

Ashley's Neighbors, 2014

Eric Pickersgill, tra amiche insieme e divise

È dunque intorno al 1995 in particolare che qualcosa è cambiato, un nuovo “passaggio generazionale” che ha segnato la generazione che lei chiama iGen, perché questi stessi ragazzini, chiaramente americani, a partire dal 2015 avevano quasi tutti un iPhone (due su tre). Rivelando cinque forti caratteristiche: super connessi, meno ribelli, più tolleranti, meno felici e completamente impreparati all’età adulta. “Questa è la prima generazione a passare la propria adolescenza su un smartphone”. Una generazione che non può nemmeno immaginare come si spendesse un’adolescenza in modo diverso, sebbene si parli di gente nata solo 10 anni prima. Ma se questi ragazzini passano su internet “una media di 6 ore al giorno”, è ovvio che poi rimanga ben “poco tempo libero per qualsiasi altra cosa: che si tratti di andare a una festa, guardare un film, o girare senza meta, i ragazzi iGen partecipano alle attività sociali in misura molto minore dei loro predecessori Millennial”. Cosa che nel nostro piccolo avevamo un po’ notato anche noi intervistando qua e là gente che si occupa di associazionismo o attivismo vario, sociale, ambientale o politico. A mancare pericolosamente sono spesso proprio i più giovani. Quelli che non mancavano mai in cose del genere.

Se fino a poco tempo fa c’era ancora il dubbio se lo schermo portasse depressione o fosse semplicemente più usato dai depressi, ora due studi hanno confermato la relazione negativa: “l’uso dei social media porta un minor benessere, mentre un minor benessere non porta all’uso dei social media. Nel frattempo, nel corso di un’altra ricerca del 2016, era stato chiesto a degli adulti di non usare Facebook per una settimana, mentre altri avrebbero continuato. Chi si era tenuto lontano dal social network aveva finito la settimana più sereno, meno solo e meno depresso”. Molti genitori potrebbero preoccuparsi che i ragazzi passino così tanto tempo sul telefono, perché ciò rappresenta una rottura radicale con la loro adolescenza di un tempo”. Ma forse stavolta non si tratta del solito scontro generazionale: “stare tutto questo tempo sugli schermi non è solo diverso: è davvero peggiore, e in molti modi…”

Continua con Dai Millennials agli iGen, come cambiano le emozioni

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