Inclinations

Rinascimento, classico ma non troppo

La sala dei giganti di Giulio Romano (Mantova), e cioè quello che sembra un “classico” Giudizio universale e che invece è l’Olimpo, con quei dettagli quasi da fumetto…

Come ogni cosa umana, anche i periodi storici hanno i loro stereotipi, dovuti anche a questioni di semplificazione di studio. Tempo fa ci dedicammo a ridare una giusta identità al Medioevo, stavolta ci occuperemo del periodo storico che è considerato il suo opposto, il Rinascimento. Infatti “le nozioni di Medioevo come età buia e di Rinascimento come nuova luce e nuova vita nacquero in contemporanea”, nel 1800. Ma siamo proprio sicuri? Generalmente è difficile che lo stereotipo sia totalmente falso, come ormai sappiamo, ma di sicuro non dice tutta la verità…

Il Rinascimento fu un “periodo di storia della civiltà che ebbe inizio in Italia con caratteristiche già abbastanza precise intorno alla metà del XIV secolo, affermatosi nel secolo successivo”, il Quattrocento, con sviluppi che durarono fino al 1600, coinvolgendo anche il resto dell’Europa. Ma quali sono queste “precise caratteristiche”? Aprendo enciclopedie online e non, sono sempre le stesse, quelle che ci hanno detto a scuola: la riscoperta dei classici greci e latini, il rifiorire di lettere, arti e scienze, la filosofia che si fa più immanente e incentrata sull’uomo, e quindi “un’epoca di illuminazione progressiva in antitesi con le tenebre medievali”. Scontri di stereotipi.

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Più che classica, l’audace e sensuale Saliera di Benvenuto Cellini. Lui è il sale, e lei il pepe…

Addirittura, lo storico ottocentesco Jacob Burckhardt considerava l’uomo medievale privo di valore se non come membro di un ordine costituito, rispetto all’uomo rinascimentale, “più libero e individualistico nei confronti della politica e della vita in generale”. Per descrivere la loro netta opposizione usava tre aggettivi ciascuno: il Medioevo trascendentista, teocentrico e universalista, il Rinascimento immanentista, antropocentrico e particolarista. Ma a partire del Novecento non sono pochi gli studiosi che vedono questa opposizione fuorviante, visto che segni di Rinascimento erano già iniziati dall’anno Mille: entrambe le epoche hanno il mondo classico come fonte comune e le eresie medievali erano i prodromi della Riforma di Lutero. Tanto che per alcuni si potrebbe parlare di un’unica grande epoca di lenta rinascita. E di fatto non è che esistano “confini” tra le epoche, anche se è un po’ la stessa strana pretesa che l’uomo ha con quelli territoriali, come se davvero si potesse dividere il tempo o tracciare linee invisibili (o direttamente alzare muri) sulla Terra…

Quello che si scorda del Rinascimento è come nacque. Una “rinascita cominciata come affermazione nazionale”, ma che fallì completamente sul piano politico. “Fra invasioni straniere e disfatte di ogni sorta”, l’Italia, e l’Europa intera, avevano però incassato “una grande vittoria sul piano della cultura”. Per questo quando si parla di Rinascimento si parla soprattutto di arte ed è per questo che l’arte ha connotato quest’epoca. E soprattutto “la vitalità del Rinascimento si colloca proprio nella sua profonda tensione interna: nella sua rivolta contro la realtà presente unita a un senso fortissimo del concreto”. Molto più della semplice ricerca di perfezione e armonia.

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L’incredibile Visitazione di Pontormo, dove a guardare bene è improvvisamente chiaro che la Madonna e Sant’Elisabetta, mentre si abbracciano tra loro, ci guardano anche dal di fronte…

Il classicismo rinascimentale infatti includeva già in sé questa “inquietudine” nella corrente artistica del manierismo che si sarebbe sviluppata a partire dal 1500, ma considerata non veramente esemplificativa del Rinascimento e quindi meno celebrata. È però proprio nel manierismo che gli artisti osano, risultando di secoli più moderni, vicini a sensibilità addirittura novecentesche. Il nome stesso non aiuta a suggerire il suo grande anticonformismo, quasi confermando al contrario quel “rigore” e “formalità”, di cui faceva parte anche “lo studio della prospettiva come strumento e norma di presentazione del reale”. Come a dire, questa è la maniera. Che non era affatto classica, però, come l’ondata rinascimentale principale solida e grandiosa.

Il manierismo è tutto il contrario perché in realtà la sua maniera è moderna: pose strane, colori forti, rappresentazioni fuori dall’ordinario. Un classicismo solo apparente. Esempi concreti sono La sala dei giganti di Palazzo Te a Mantova, affrescata da Giulio Romano, la famosa Saliera e pepiera di Benvenuto Cellini, l’incredibile Visitazione di Pontormo. Come a dire, ciò che si rappresenta è già non ordinario, perché rappresentarlo in modo ordinario? All’epoca molti soggetti, come i paesaggi, non erano più diffusi come un tempo, perché il Concilio di Trento aveva deciso di non tollerare più l’arte profana all’interno delle chiese. Ma quanta arte “profana” è stata comunque prodotta? Mescolata, camuffata, esplicita. Ma nulla che si possa definire “ordinario” come il classicisno rinascimentale vorrebbe suggerire. Se pensiamo ai grandi dell’epoca che portiamo a bandiera del Rinascimento, erano tutto fuorché ordinari nel loro modo di rappresentare. Basti pensare a Leonardo da Vinci, a proposito del suo centenario, e Michelangelo, due classici stra-ordinari. O El Greco, altro pittore di corte che può sembrare ordinario ma, anzi, fu l’unico a trasgredire i voleri della Chiesa.

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Il San Giovanni Battista di Leonardo. Di certo lui è il grande classico per eccellenza, ma i suoi volti, le sue espressioni e pose, possono dirsi così “classiche”?

Insomma “decadenza morale”, “depressione economica”, “pessimismo” sono aggettivi che possono essere accostati (anche) al Rinascimento. Come il grandissimo interesse nascente per “ermetismo, occultismo, magia, teurgia, astrologia divinatrice, culti astrali, misteri egizi, oracoli caldaici, cabala e misticismo ebraico”. Fu proprio il riavvicinamento all’ellenismo, la tarda antichità bizantina e il misterioso Oriente a darne in questo periodo “una diffusione eccezionale”. Unendo il tutto all’idealismo rinascimentale, ecco la perfetta continuità verso l’imminente Illuminismo e Romanticismo. Tendenze umane universali in ogni luogo, che diventano più o meno forti nel corso del tempo.

E qui si apre una storia, emblema dell’anima più inquieta del Rinascimento, e cioè tutto quel che si fece in nome di Rodolfo II d’Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero tra ‘500 e ‘600, e proprio a Praga, che anche da queste antiche radici fa ancora oggi derivare la sua nomea di “città magica” per eccellenza. Rodolfo era infatti un appassionato di alchimia e del tutto intenzionato a trovare la famosa “pietra filosofale”, fonte di eterna giovinezza.

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Che dire poi del super rinascimentale Michelangelo, che nientemeno decise di auto-ritrarsi come pelle vuota in mano a San Bartolomeo, e anche questo è nascosto, ma di fronte a tutti, nell’immenso affresco della Cappella Sistina che ritrae il Giudizio Universale, soggetto che più classico non ce n’è

Rodolfo II era bisnipote di Giovanna La Pazza (poiché i suoi genitori erano cugini), fatto che “contribuì notevolmente al diffondersi della sua fama di folle”. Tra parentesi questa presunta pazzia di Giovanna, che era figlia dei famosi, e soprattutto cattolicissimi, regnanti del Nuovo mondo, Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, derivò dal suo “carattere non convenzionale e anticonformista”, soprattutto quando si manifestò nel delicato ambito religioso. In un’epoca in cui mori ed eretici erano stati appena ricacciati dalla Spagna. Si sa che gli stereotipi non perdonano. E così fu anche per Rodolfo: la già “strana” scelta di condurre una vita in solitudine (non si sposò mai come Elisabetta I) unita alla sua passione per l’occulto, lo fecero tacciare di omosessualità, che sembra un problema ancora oggi, figuratevi all’epoca.

Fu proprio lui a spostare la corte dell’Impero da Vienna a Praga, trasformandola di fatto in una metropoli, “uno stimolante campo d’azione per persone di lingue diverse, dai talenti e dalle tendenze più disparate”: a quel punto, arrivarono ospiti incredibili. Tra i più celebri Giordano Bruno, Tycho Brahe, Johannes Kepler, il consigliere di Elisabetta I, vari medium e Michael Sendivogius, noto alchimista. Ma era anche un gran mecenate e collezionista, pare che la sua “camera delle meraviglie”, wunderkammer come si diceva, fosse la più grande di Europa. Aveva di tutto, dal Parmigianino al Correggio, da Durer a Bruegel, dal Giambologna a Savery. Tutti i nomi degli artisti più “fuori dal coro” del periodo Rinascimentale.

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El Greco, rinascimentale e moderno.

Molti autori scrissero su Rodolfo II, tra cui John Banville e Bruce Chatwin. È il primo a mostrare un imperatore “interessato ai poteri delle stelle”, pare infatti che esse guidavano ogni sua mossa. E di certo non ostacolò l’arte profana, come testimonia una sua celebre commissione, il dipinto L’origine della via lattea di Tintoretto. La sua affannosa ricerca della pietra filosofale che pare coinvolse un noto alchimista greco, ispirò anche un testo teatrale del ceco Leos Janacek del 1925, L’affare Makropulos.

Alla sua corte, l’arte prendeva pieghe davvero audaci e sperimentali. Tra suoi protetti c’era anche l’Arcimboldo, unico nel suo genere seppur rinascimentale, quanto di più lontano dai canoni “classici”. Celebre il suo ritratto dell’imperatore Rodolfo “nelle sembianze di Vertumno”, divinità romana di origine etrusca, personificazione del mutare delle stagioni. Addirittura è qui che arte erotica e alchimia ebbero il coraggio di mescolarsi, dando vita a dipinti incredibili per l’epoca.

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“Acqua” di Giuseppe Arcimboldo

Insomma, è normale dare connotazioni generiche ai periodi storici, per questioni di semplificazione, altrimenti saremmo tutti studiosi e filologi. È facile ricordare Medioevo uguale buio, Rinascimento uguale luce, ma a fare la Storia contribuiscono milioni di uomini tutti diversi, e milioni di accadimenti, il famoso “sentimento di un’epoca” non può essere ciò che si sente davvero.

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