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Cos’era prima il primo maggio?

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Una cartolina rappresentante le streghe di Walpurg

Il “Primo Maggio” cambia con le latitudini e longitudini nello spazio e nel tempo… non è festeggiato da ben 93 paesi su 196. E nel passato era qualcosa di completamente diverso, ricco di tradizioni legate ai cicli della Terra che in molti stanno cercando di recuperare. Per non parlare dello stereotipo sul meteo, che almeno a Roma è un grande classico…

(Continua da Primo Maggio, su coraggio!)

Anzitutto è molto curioso che proprio negli Stati Uniti d’America dov’era nato, il primo maggio non coincide più col Labor Day (che ora si festeggia il primo lunedì di settembre), ma con qualcosa di decisamente diverso, il Save the Rhino Day, giornata per la salvaguardia del rinoceronte! Poi, il primo maggio di ogni anno cade un’altra festa internazionale (leggermente oscurata) ovvero l’EuroMayDay Parade, manifestazione transnazionale di precari e migranti. Infine ci sono Paesi che hanno la loro celebrazione completamente estranea al tema del lavoro, come in Europa succede a Cipro, dove il primo maggio è la Festa della Gioventù e degli Sport. Nel 1955 la Chiesa cattolica non volle essere da meno, e così sotto Pio XII decise di istituire al primo maggio i suoi specifici festeggiamenti dedicati a San Giuseppe artigiano, e quindi lavoratore. Anche se poi si festeggia pure il 19 marzo, insieme con la festa (profana) del papà. E via coi bignet fritti.

Ciò che però accomuna la maggioranza dei Paesi che non festeggiano il “classico” Primo Maggio è l’ancestrale idea di celebrare la primavera, com’è naturale, tradizione che è sopravvissuta di più nei paesi nordici d’Europa, rispetto a quelli del Sud. In alcuni luoghi d’Irlanda, Scozia e Isola di Man la gente attraversa ancora il fuoco, in segno di purificazione, e in onore di una tradizione druidica di secoli fa, a celebrare quello che si ritiene sia il vero primo giorno di primavera. E non il 20-21 marzo come in Italia. La celebrazione si chiama Beltane e la foto in copertina di questo articolo, con persone danzanti in maschera di fronte a un grande falò, è stata scattata durante l’ultima edizione 2018 a Edimburgo. In Finlandia invece festeggiano Vappu, ma più o meno è lo stesso concetto, e cioè la celebrazione della fine del lungo inverno scandinavo. In Germania il primo maggio è la Notte di Walpurg, celebrazione pagana della primavera in cui si accendono falò come in Italia a Ferragosto. In entrambi i casi si tratta della celebrazione di divinità connesse alla magia. Almeno secondo una nuova-antichissima religione Asatrù che intende cioè ripristinare il Paganesimo nordico. Anche la Fede Nativa Slava intende tornare alla divinità precedenti la religione cristiana. Per loro il primo maggio si celebra Rod, la personificazione del fato. E il loro simbolo ricorda perfettamente la svastica nazista – d’altra parte la svastica per secoli ha avuto tutto un altro significato, e solo positivo, prima che i nazisti lo svuotassero per crearne uno nuovo che oggi non può che infondere negatività). Esiste perfino un “neopaganesimo celtico-ligure” che cerca di tornare a celebrare il fuoco, la luce e la fertilità. Ma cavessero tutti ragione? In fin dei conti non sembra più assurdo di altre religioni. Anzi forse è più concreto.

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Il Vappu finlandese (Helsinki 2015) una specie di carnevale di primavera

E se invece si guarda al passato? Cos’era prima il primo maggio? Andando indietro nella Storia si arriva come al solito ai super documentati antichi Romani. E pare che per loro il primo maggio fosse legato a Maia, antica dea della fecondità e del risveglio della natura in primavera. Maia è madre del dio Ermes ed è una delle Pleiadi. “Ogni primo maggio, Vulcano le offriva in sacrificio una scrofa gravida, in modo che anche la terra fosse gravida di frutti”. Il nome del mese di “maggio” deriva proprio dal suo nome, così come “maiale”.

Ma la cosa più interessante di questo mito è cosa ne scaturì dopo, una festività che era riservata solo alle donne, e che si svolgeva in un tempio sotto l’Aventino. “Qui in un Bosco sacro le donne e le ragazze celebravano ogni anno i suoi misteri nei primi di dicembre”. Purtroppo al suo posto oggi c’è la chiesa di Santa Balbina. La divinità celebrata, attraverso un sacrificio simile, era una divinità che ci è piuttosto sconosciuta oggi, e cioè la Bona Dea, una sorta di Grande Madre proprio come Maia, antica divinità laziale il cui nome non poteva essere pronunciato. Essa sfugge a una chiara definizione anche prendendo le fonti antiche, ma si può ipotizzare che il suo nome fosse Fauna. Infatti, “secondo la versione riportata da Lattanzio, la dea è la moglie di Fauno, molto abile in tutte le arti domestiche e molto pudica, al punto di non uscire dalla propria camera e di non vedere altro uomo che suo marito. Un giorno però trovò una brocca di vino, la bevve e si ubriacò. Suo marito la castigò a tal punto con verghe di mirto che ne morì. In seguito pentito, Fauno deplorando la sua sposa la pose nel numero degli Dei”. Ercole in seguito istituì cerimonie dove le donne non potevano partecipare. Il che si commenta da solo. Ma la cosa che colpisce di più di tutta questa storia è che, a conti fatti, le donne antiche veneravano la prima vittima di femminicidio. E di certo per non farlo accadere di nuovo. Dopo tutto questo tempo, come possiamo essere ancora qui?

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Cercando su internet possibili immagini della Bona Dea, curiosamente quello che esce fuori è una stampa che ricorda proprio la carta dei Tarocchi numero XI, La Forza… – from William Hone, Hone’s Everyday Book (London, 1826) – Brooklyn Museum, New York

Inoltre sempre a Roma dal 28 aprile al 3 maggio di ogni anno (a partire dal 238 a.C.) si svolgevano le Floralia, feste dedicate alla dea Flora (la stessa a cui si dedicò Firenze, Florentia), “nelle quali abbondavano i divertimenti. Il più tipico era la partecipazione di mimae, la cui esibizione si concludeva con la nudatio mimarum anticipatrice dei futuri spogliarelli“. Quel periodo dell’anno era considerato critico per la fioritura delle messi e la fertilità doveva esprimersi in ogni senso.

In chiusura, un accenno al classico stereotipo sul meteo che accomuna il primo maggio a Pasqua (e Pasquetta). Non sappiamo d’altre parti, ma almeno a Roma si è soliti dire che è inutile organizzare niente perché “tanto piove”. Siamo andati quindi a verificare questo stereotipo. E come al solito, ha un fondo di verità. Premettendo che con gli archivi non riusciamo ad andare oltre il 2003, da allora a oggi è vero che ha piovuto solo 4 volte in 15 anni, ma bisogna anche dire che il sole ha brillato solo 2 volte. Comunque è decisamente la Pasqua a mantenere il vero primato (e giusto stereotipo) di pioggia: 9 giorni su 15, Pasquetta 8 su 15. La spiegazione della faccenda pare scientificamente semplice: l’instabilità tipica del periodo primaverile unita alla sistematicità dell’arrivo delle piogge, cioè una sorta di metodica alternanza tra giorni asciutti e giorni umidi, che quindi solo casualmente coincidono spesso coi fine settimana. Andando ad alimentare l’altro stereotipo, quello della “maledizione del weekend”.

D’altra parte i proverbi sembrano parlar bene di questa umida e frequente eventualità: infatti si dice che Se piove i primi di maggio, noci e fichi faranno buon viaggio oppure Se piove per San Giacomo e Filippo (1 maggio), il povero non ha bisogno del ricco. Quindi 4 volte negli ultimi 15 anni sò state anche poche: accettiamola sta pioggia, vorrà dire che faremo il barbecue la volta dopo, l’importante è proseguire sempre nella lotta quotidiana

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