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Talk show e comunicazione politica

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Sovrapporsi nei talk show nella vignetta di Daniele Tarlazzi. La comunicazione è cambiata rispetto a 40-50 anni fa, quando il ruolo del moderatore era decisamente diverso

I talk show sono un macrogenere di programma televisivo che può assumere diverse formule e trattare i più disparati argomenti. Nel corso degli anni di storia della TV si sono andati sempre più contaminando, mescolando alto e basso, sacro e profano, politica e intrattenimento, cambiando la relazione con il proprio pubblico di pari passo con lo sviluppo delle tecniche e delle filosofie di comunicazione.

Il primo talk show italiano è stato Bontà Loro, condotto da Maurizio Costanzo (chi sennò?) e andato in onda tra il 1976 e il 1978, subito dopo il tradizionale appuntamento di Rai1 con il film del lunedì. Da allora c’è stata una proliferazione che, racconta il professore di Comunicazione politica dell’Università Roma Tre Edoardo Novelli, ha portato l’Italia a presentare l’offerta più varia nel panorama internazionale.

L’onnipresenza dei talk soprattutto politici è evidente e senza soluzione di continuità, dalle prime ore del giorno alla notte, tutti i giorni e praticamente su tutti i canali. Secondo delle ricerche del 2013, ben 433 personaggi pubblici apparivano in media in una settimana di TV, la maggior parte di questi nella fascia 9:00 – 12:00. Nel 2015, con il monitoraggio dati di 33 talk show, è stato calcolato un ammontare di 450 milioni di spettatori ogni mese.

Una conferenza stampa di Palmiro Togliatti a “Tribuna elettorale”, primo teatro di dibattito politico pluralista e antesignano dei talk show

Negli anni Cinquanta l’offerta televisiva era esclusiva dell’emittenza statale e lo Stato era la Democrazia Cristiana. Solo nel decennio successivo si sente il bisogno di aprirsi al pluralismo, peraltro su iniziativa dell’ala sinistra della stessa DC. Tribuna elettorale, del 1960, è il primo programma di dibattito pubblico, nato per le elezioni amministrative. L’anno dopo diventerà Tribuna politica.

All’epoca c’è una netta distinzione tra le tribune e il varietà. Il linguaggio è ufficiale e predomina sulle esigenze di auditel. C’è una certa gerarchia, anche scenograficamente parlando i politici sono elevati rispetto al resto dello studio.

Dagli anni Settanta inizia il cambiamento. I politici scendono letteralmente dal piedistallo, vengono trattati alla stregua dei personaggi dello spettacolo, con tanto di passaggio in sala trucco. Che ora è una cosa normale, ma considerando i protagonisti di quel periodo si trattava di una svolta epocale. Non si sa se nel bene o nel male, probabilmente un po’ e un po’.

Marco Pannella è un simbolo del nuovo corso sia della politica che dei talk show: padre fondatore della spettacolarizzazione del dibattito, della personalizzazione della comunicazione. Cade quel muro che separa dall’intrattenimento e dal varietà. Si abbassano i livelli del discorso per favorire la partecipazione più diffusa.

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Giulio Andreotti a “Bontà loro”, primo talk show italiano, condotto da Maurizio Costanzo

Perfino Giulio Andreotti finisce a parlare del proprio privato. Si inverte insomma il rapporto tra le esigenze della politica e quelle del TV, in favore di quest’ultima. Il tubo catodico dà visibilità, il sistema regolamenta lo spettacolo, nella maggior parte dei casi non regolamentandolo.

Negli anni Ottanta i talk show passano da settimanali a quotidiani, dettano loro l’agenda anziché seguire la notizia. Con il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica (chiamate così convenzionalmente) crollano ulteriori muri. Silvio Berlusconi fa il grande salto dalle antenne all’agone politico per colmare il vuoto lasciato del pentapartito, spazzato via dagli scandali.

Anche il pubblico è in crisi di rappresentanza e la TV diventa il punto di riferimento. Nascono nuovi programmi come Milano, Italia e Samarcanda, dove gli spettatori in studio ricreano dei microcosmi, per tipologia. Nel 1994 c’è il famoso faccia a faccia tra Berlusconi e Achille Occhetto, considerato il primo televisivo. Più che altro è il primo tra candidati presidenti del Consiglio, non il primo in assoluto – la tradizione risale appunto alle tribune degli anni Sessanta.

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Massimo Giletti, conduttore di “Non è l’arena”, uno dei talk show che oscilla più volentieri tra politica e intrattenimento

L’offerta TV resiste anche all’avvento di internet e dei social network, strumenti che si aggiungono a quello televisivo per dare l’illusione partecipativa, di essere protagonisti del racconto. “La nuova piazza è orizzontale”, spiega Novelli, “non c’è più gerarchia, il coefficiente di competenza è minimo. Si cerca l’effetto, la polemica, la provocazione”.

Ma il ventaglio di talk show si amplia anche perché realizzabile a basso costo, oscillando sempre più tra spettacolo, politica e poi ritorno. Così per un Giovanni Floris che aggiunge la rubrica di salute c’è un Massimo Giletti che passa dal gossip alla politica o una Barbara D’Urso che invita i principali esponenti dei partiti.

Fino a quando non ci si accorgerà che, per usare le parole di Novelli, “i media sono un megafono, ma se non dici nulla non servono. Ridurre tutto alla strategia di comunicazione è un errore”.

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