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Calcio, violenza e politica. Gli incroci pericolosi

Calcio, politica e nazionalismo. La partita del 1990 tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa ha anticipato di un anno il conflitto dei Balcani, con tanto di presenza del generale Arkan come capo ultras

Le ultime vicende di cronaca (nera) hanno riportato all’attenzione mediatica le relazioni tra calcio, violenza, razzismo e politica – talvolta addirittura criminalità organizzata. L’identità è un fattore fondante del tifo, che può limitarsi a un sano e innocente supporto ai colori della propria squadra o estendersi a ideali più ampi e più o meno pericolosi, sconfinando talvolta in un odio cieco e immotivato.

I derby sono tendenzialmente le partite a più alta tensione, ma non sempre hanno un significato che vada oltre la rivalità cittadina. Lazio-Roma o Milan-Inter, per quanto con un passato e presente di violenza, non sono più espressione di uno scontro di “valori” in opposizione tra loro come ai tempi della fondazione delle squadre: Milan e Roma più popolari, Lazio e Inter dei quartieri borghesi.

In Olanda sono frequenti gli scontri fra sostenitori dell’Ajax di Amsterdam e del Feyenoord di Rotterdam (quelli che hanno devastato la Barcaccia a Roma nel 2015). I primi rappresentano storicamente il liberalismo acculturato della capitale, i secondi la destra operaia e antisemita. Tutte e due le tifoserie hanno un passato di scontri, tra di loro e con la polizia, di feriti e di morti.

Tifosi del Feyenoord in trasferta europea a Roma, a farne le spese la Barcaccia di piazza di Spagna

Lo stesso ad Istanbul, dove il Galatasaray è la squadra progressista, europeista e dell’islam moderno e il Fenerbahçe raccoglie invece l’eredità bizantina e nazionalista; in Grecia l’Olympiakos riceveva supporto dal proletariato del porto del Pireo, il Panathinaikos dai benestanti ateniesi; in Argentina Boca Juniors e River Plate, fondate da genovesi, risentono della divisione rispettiva tra ceti bassi e borghesia. La finale della Coppa dei Campioni sudamericani (la Libertadores) 2018 tra le due compagini si è dovuta giocare addirittura in Spagna per motivi di ordine pubblico.

Ma in generale, il tessuto sociale (e politico) degli ultras di tutte queste squadre si è abbastanza uniformato.

Altri casi mantengono invece una distinzione più netta. Una partita che si è riaccesa negli ultimissimi anni è il Clasico, Real Madrid-Barcellona. Le istanze indipendentiste catalane sono riesplose con il referendum dell’ottobre 2017, fisicamente represse dalla polizia centrale e politicamente bloccate dalla Costituzione spagnola. Real e Barcellona non è solo una sfida scudetto, ma tra comunità.

Francisco Franco, come tanti dittatori, ha puntato sul calcio come veicolo di propaganda e la sua squadra era il Real Madrid. Così, tifare Barcellona era una forma di opposizione al franchismo e al centralismo. Una necessità non particolarmente sentita dai tifosi dell’altra squadra del capoluogo catalano, il cui nome già spiega molto: Espanyol.

Tifosi del Barcellona contro il centralismo di Madrid

Nel 1936 viene ucciso il presidente del Barcellona Josep Sunyol per mano delle truppe franchiste, ma la repressione è costante durante tutto il regime. Vietato parlare catalano, così come portare allo stadio vessilli che possano ricollegarsi all’indipendentismo. La tensione che si respira tutt’oggi dentro e fuori dal campo – i cartellini rossi sono all’ordine del giorno – ha radici molto profonde nella Storia del Paese.

La questione delle autonomie è il fulcro anche del derby di Glasgow tra il Celtic e i Rangers, più di una semplice gara scudetto. L’Old firm o Auld firm, soprannome della partitissima scozzese, in italiano “la vecchia ditta, impresa”, è la contrapposizione tra i cattolici (di origine irlandese) e separatisti del Celtic e i protestanti unionisti dei Rangers.

La violenza tra tifoserie è da allarme rosso a ogni incrocio. La finale di coppa nazionale del 1980 fu sconvolta durante i tempi supplementari dall’invasione di campo di novemila tifosi e ci scappò il morto.

Il 18 settembre 2014, in occasione del referendum per l’indipendenza scozzese, lo stadio è diventato teatro di propaganda elettorale, con i cartelli per il sì (Celtic) e per il no (Rangers) equamente divisi tra le due tifoserie. I sostenitori del Celtic in altri appuntamenti europei avevano mostrato i loro riferimenti piuttosto alti, con le effige di William Wallace (Braveheart) e il molto più recente Bobby Sands. Giustamente o no, furono sanzionati dall’UEFA.

Il no della curva dei Rangers all’indipendenza scozzese nel referendum 2014

Tifosi dei Celtic Glasgow per il sì al referendum sull’indipendenza della Scozia nel 2014

Altre volte il calcio è il prodromo a vere guerre, ovviamente già nell’aria. Era successo tra Honduras ed El Salvador nelle qualificazioni ai mondiali del 1970 nel vicino Messico, si ripeterà venti anni dopo.

I Balcani sono sempre stati definiti una polveriera, anche prima del conflitto dei primi anni ’90. Da quelle parti si diceva che la Jugoslavia fosse “sei Stati, cinque Nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un Tito”. Morto il Maresciallo, non fu più possibile tenere tutto in piedi a lungo.

A Belgrado, il Partizan era la squadra dell’esercito della federazione jugoslava, con i presidenti che, a rotazione, erano generali provenienti da tutte le repubbliche. La Stella Rossa invece incarnava l’identità serba. Entrambe, soprattutto la seconda, avevano nella Dinamo Zagabria un acerrimo nemico. Finché il 13 maggio 1990, allo stadio Maksimir nella capitale croata, in un Dinamo-Stella Rossa che è passato alla Storia ci sono state le prove tecniche del conflitto che sarebbe esploso l’anno successivo.

Letteralmente, perché i due eserciti hanno attinto a piene mani dal tifo organizzato. Uno dei capi ultras della Stella Rossa era tale Željko Ražnatović, meglio noto al mondo come generale Arkan, tanto per capire la situazione. È lo stesso Arkan a confermare ai media serbi che quella partita fu un’esercitazione per la guerra imminente.

Una settimana prima c’erano state le elezioni in Croazia, vinte da Franjo Tuđman, altro personaggio che sul nazionalismo non deve imparare da nessuno. L’atmosfera già calda si infiamma ancora di più e influenza pure i delije (“i giovani coraggiosi”), gli ultras della Stella Rossa, che iniziano a lasciarsi devastazione alle spalle già dal treno che li porta a Zagabria, nonostante la polizia abbia rafforzato i controlli.

Poco importa quale sia stata la causa scatenante, se la sassaiola dei bad blue boys croati o il lancio dei sedili verso il settore dei padroni di casa da parte dei serbi. Fatto sta che i tifosi della Dinamo Zagabria a un certo punto sfondano le protezioni ed entrano in campo. La polizia (jugoslava, non ancora croata) non è morbida nella repressione e c’è una scena che colpisce più di altre.

Il calcio di Zvonimir Boban a un poliziotto (bosniaco) nella drammatica Dinamo Zagabria – Stella Rossa Belgrado del 13 maggio 1990, prove tecniche di guerra

Zvonimir Boban (il cui nome risale ai reali croati dell’XI secolo), calciatore che si è sempre distinto per la correttezza, spacca la mascella a un agente con un calcio volante. Si giustificherà parzialmente dicendo di essere stato provocato sia con dei colpi di manganello che con insulti.

La stampa slava all’epoca parlò di semplice teppismo, nonostante un bilancio di centinaia di feriti. Pochi mesi dopo, all’inizio di quello che sarebbe stato l’ultimo campionato jugoslavo, i bad blue boys, con i loro beniamini sotto 0-2 in casa con il Partizan, invadono ancora il campo. Armati di spranghe e bastoni, ammainano la bandiera jugoslava dello stadio per issare quella croata e chiedono un campionato a parte. Nove mesi dopo ci sarà la dichiarazione di indipendenza, che a differenza di quella slovena non sarà accolta favorevolmente dal governo centrale.

Siccome il calcio e lo sport in generale sono raramente disconnessi dalla realtà circostante, quegli scontri del maggio 1990 diventano un simbolo della rivolta nazionalista, con tanto di targa commemorativa fuori dallo stadio.

Per la cronaca, si scoprirà in seguito che quel poliziotto colpito dal calcio di Boban non era nemmeno serbo, ma bosniaco musulmano. E pronto al perdono: erano anni tesi, dirà sostanzialmente, in cui la rabbia e la violenza non lasciavano spazio alla lucidità. È una di quelle affermazioni così semplici da essere ancora valide, perfino quando non c’è la guerra nell’aria.

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