Giusto per fare un paragone, otto anni dopo l’Afghanistan – poi le cose sono andate diversamente, ma è un’altra Storia – e uno prima del Bangladesh. Sostanzialmente solo nella Penisola Arabica è andata (e continua ad andare) peggio, mentre in Europa solamente il Portogallo, che però usciva da una lunga dittatura fascista, e il Liechtenstein sono stati più lenti. Tutto questo, va precisato, a livello federale. Per quanto riguarda i singoli Cantoni, si va dal 1959 dei pochi più progressisti (Vaud e Neuchâtel) al 1989 dell’Appenzell Innherroden.
Le richieste in realtà erano iniziate già nel 1928, dopo i primi successi delle Suffragette, ma inascoltate e ostacolate perfino da alcune associazioni femminili, più impegnate a conservare il proprio ruolo di madre e levatrice. La Svizzera era riuscita a resistere alle pressioni della Convenzione Europea per i Diritti Umani e per un periodo anche alla rivoluzione culturale di donne, lavoratori e studenti degli anni ’60, finché non è stato più possibile procrastinare il voto. Al referendum del 27 febbraio 1971 due uomini su tre si sono finalmente convinti a lasciare questa “generosa” concessione.
La parificazione è andata avanti a piccoli passi. Fino al 1992 una donna svizzera che sposava uno straniero perdeva la propria nazionalità, salvo dichiarasse esplicitamente di volerla mantenere. Nel 2000 è arrivata l’autorità parentale congiunta, nel 2002 l’aborto legale entro le dodici settimane – anche se era possibile già dal 1942 su prescrizione medica. Nonostante questo ritardo rispetto all’Italia, nelle cliniche del Canton Ticino una paziente su tre è italiana: per i nostri tempi di attesa, la sovrabbondanza di medici obiettori, le difficoltà di reperire la pillola Ru486 e il rischio di finire facilmente fuori dalla cornice legale.
Nel 2013 sono state introdotte la possibilità per le coniugi di mantenere il proprio cognome da nubili e di scegliere il o i cognomi da trasmettere ai figli. Per quanto riguarda il contrasto alla violenza domestica, la prima legge federale a tutela delle vittime risale al 1993. Nel 2007 è stato sancito l’allontanamento dall’abitazione per episodi di violenza, dal 2017 è stata introdotta la sorveglianza elettronica contro il riavvicinamento. Secondo i dati della polizia, nel 2016 sono stati commessi 17 mila reati, con diciannove vittime, una delle quali di sesso maschile.
Dal punto di vista della rappresentanza politica e del lavoro rimangono gli stessi squilibri diffusi in praticamente tutto il mondo. Al 2015, la Camera bassa aveva un 30% di donne, sopra la media internazionale che è del 22%, ma al di sotto non solo dei Paesi scandinavi (intorno al 40%), ma anche del sorprendente Ruanda, che supera il 60%. Alla Camera alta invece, quella che esprime le preferenze a livello cantonale, è appena del 15%.
L’Ufficio federale di statistica della Svizzera ha stimato che la differenza salariale tra uomo e donna è di circa 7,7 miliardi di franchi ogni anno – poco meno di 7 miliardi di euro. Una giustificazione che viene data è che le donne non sono brave (o interessate?) quanto gli uomini a negoziare il proprio stipendio. Il 79% delle donne ha un impiego, ma mediamente meno qualificato, contro l’88,5% degli uomini. Per quanto concerne il lavoro part-time, questo viene scelto dal 59% delle donne contro solo il 16% degli uomini. Discorso legato, in parte, anche al congedo parentale. Dal 2016 sono sorti movimenti trasversale che chiedono sussistenza federale anche per il congedo di paternità. Ed è recentissimo, del settembre 2018, il progetto di analisi e verifica di salari e organigrammi nelle aziende con oltre cento dipendenti, al fine di contrastare le sperequazioni.
Nel complesso, con tutti i problemi e ritardi, la Svizzera è riuscita a piazzarsi al nono posto su scala mondiale nel rapporto Global Gender Gap del 2013, salvo ricadere in ventunesima posizione nel 2017. A dimostrazione che la strada è lunga e tortuosa per tutti, indipendentemente da nome e reputazione.