Gender

Uguaglianza e diritti delle donne, lo strano caso della Svizzera

La Svizzera è considerata come uno dei migliori esempi di Paese civile, per la neutralità nelle guerre mondiali, il massiccio ricorso alla democrazia diretta con in numerosi referendum, diritti avanzati (vedi eutanasia), l’essere sede di istituzioni come la Croce Rossa o teatro di trattati come la Convenzione di Ginevra. Ma non mancano le contraddizioni, dalle banche che hanno accettato soldi di evasori e nazisti, la velata intolleranza, il ritardo nel concedere uguaglianza alle donne. Per la serie “forse non tutti sanno che…”, le elvetiche hanno ottenuto il suffragio solo nel 1971.

Giusto per fare un paragone, otto anni dopo l’Afghanistan – poi le cose sono andate diversamente, ma è un’altra Storia – e uno prima del Bangladesh. Sostanzialmente solo nella Penisola Arabica è andata (e continua ad andare) peggio, mentre in Europa solamente il Portogallo, che però usciva da una lunga dittatura fascista, e il Liechtenstein sono stati più lenti. Tutto questo, va precisato, a livello federale. Per quanto riguarda i singoli Cantoni, si va dal 1959 dei pochi più progressisti (Vaud e Neuchâtel) al 1989 dell’Appenzell Innherroden.

Le richieste in realtà erano iniziate già nel 1928, dopo i primi successi delle Suffragette, ma inascoltate e ostacolate perfino da alcune associazioni femminili, più impegnate a conservare il proprio ruolo di madre e levatrice. La Svizzera era riuscita a resistere alle pressioni della Convenzione Europea per i Diritti Umani e per un periodo anche alla rivoluzione culturale di donne, lavoratori e studenti degli anni ’60, finché non è stato più possibile procrastinare il voto. Al referendum del 27 febbraio 1971 due uomini su tre si sono finalmente convinti a lasciare questa “generosa” concessione.

Manifestazione del 1928 per il diritto di voto delle donne in Svizzera

La parificazione è andata avanti a piccoli passi. Fino al 1992 una donna svizzera che sposava uno straniero perdeva la propria nazionalità, salvo dichiarasse esplicitamente di volerla mantenere. Nel 2000 è arrivata l’autorità parentale congiunta, nel 2002 l’aborto legale entro le dodici settimane – anche se era possibile già dal 1942 su prescrizione medica. Nonostante questo ritardo rispetto all’Italia, nelle cliniche del Canton Ticino una paziente su tre è italiana: per i nostri tempi di attesa, la sovrabbondanza di medici obiettori, le difficoltà di reperire la pillola Ru486 e il rischio di finire facilmente fuori dalla cornice legale.

Nel 2013 sono state introdotte la possibilità per le coniugi di mantenere il proprio cognome da nubili e di scegliere il o i cognomi da trasmettere ai figli. Per quanto riguarda il contrasto alla violenza domestica, la prima legge federale a tutela delle vittime risale al 1993. Nel 2007 è stato sancito l’allontanamento dall’abitazione per episodi di violenza, dal 2017 è stata introdotta la sorveglianza elettronica contro il riavvicinamento. Secondo i dati della polizia, nel 2016 sono stati commessi 17 mila reati, con diciannove vittime, una delle quali di sesso maschile.

Dal punto di vista della rappresentanza politica e del lavoro rimangono gli stessi squilibri diffusi in praticamente tutto il mondo. Al 2015, la Camera bassa aveva un 30% di donne, sopra la media internazionale che è del 22%, ma al di sotto non solo dei Paesi scandinavi (intorno al 40%), ma anche del sorprendente Ruanda, che supera il 60%. Alla Camera alta invece, quella che esprime le preferenze a livello cantonale, è appena del 15%.

Diritto di voto per le donne negli anni a livello cantonale

L’Ufficio federale di statistica della Svizzera ha stimato che la differenza salariale tra uomo e donna è di circa 7,7 miliardi di franchi ogni anno – poco meno di 7 miliardi di euro. Una giustificazione che viene data è che le donne non sono brave (o interessate?) quanto gli uomini a negoziare il proprio stipendio. Il 79% delle donne ha un impiego, ma mediamente meno qualificato, contro l’88,5% degli uomini. Per quanto concerne il lavoro part-time, questo viene scelto dal 59% delle donne contro solo il 16% degli uomini. Discorso legato, in parte, anche al congedo parentale. Dal 2016 sono sorti movimenti trasversale che chiedono sussistenza federale anche per il congedo di paternità. Ed è recentissimo, del settembre 2018, il progetto di analisi e verifica di salari e organigrammi nelle aziende con oltre cento dipendenti, al fine di contrastare le sperequazioni.

Nel complesso, con tutti i problemi e ritardi, la Svizzera è riuscita a piazzarsi al nono posto su scala mondiale nel rapporto Global Gender Gap del 2013, salvo ricadere in ventunesima posizione nel 2017. A dimostrazione che la strada è lunga e tortuosa per tutti, indipendentemente da nome e reputazione.

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