Professions

Open space, più chiusura in se stessi

Un esempio di open space office

Settembre è il mese che tradizionalmente segna il rientro a scuola o al lavoro dalle ferie. Dopo essersi ricaricati le batterie, superate le prime difficoltà di reinserimento, si spera di raggiungere in breve tempo il livello ottimale di efficienza. Per farlo, in vista di un lungo anno di fatiche, ci sono diversi espedienti, personali e collettivi. Uno di questi, realizzato con il chiaro intento di mettere insieme più cervelli per una massima e condivisa funzionalità, è l’ ufficio open space, spazio di lavoro comune dove le idee circolano più liberamente che nei classici uffici con i divisori. O così si credeva.

Ideale e reale, teoria e pratica, purtroppo non sempre coincidono e i fatti sembrano aver portato in una direzione imprevista. Non che il gioco di squadra sia sopravvalutato, ma in media gli impiegati hanno dimostrato di gradire di più l’intimità del loro spazio privato rispetto all’assenza di barriere. Per cui, paradossalmente, sono diminuite le interazioni faccia e faccia e si preferisce ricorrere ai mezzi di comunicazione elettronici.

Postazioni di lavoro più tradizionale, che inducono a parlare di più. Forse per evadere dall’isolamento

Ethan Bernstein e Stephen Turban, della Harvard Business School, hanno condotto un’indagine in cinquecento aziende in transizione verso l’open space, arrivando alla conclusione, grazie all’uso di apparecchi in grado di captare il contatto visivo e le conversazioni, che il rapporto diretto è diminuito addirittura del 70% .

Nelle prime due settimane con le postazioni classiche, la media degli scambi dal vivo era di 5,8 ore al giorno. Nelle due settimane successive, con il passaggio all’open space, si è scesi a 1,7 ore. Contestualmente, la messaggistica istantanea è incrementata del 67%, le mail sono aumentate del 56% e perfino la lunghezza dei testi è cresciuta del 75%.

Luca e Paolo nella versione italiana di Camera Café, parodia di rapporti d’ufficio insani

Le conclusioni dei due accademici sono che gli open space tendono a essere sovrastimolanti. Troppe distrazioni, troppe informazioni, movimenti di persone, occhi che inevitabilmente finiscono per fissare il tuo monitor, orecchie che non possono far altro che ascoltare. Insomma, la paura di essere “spiati” fa chiudere gli impiegati a riccio. Oppure, altro fattore, vedere un collega molto indaffarato inibisce le richieste che spezzerebbero brutalmente il ritmo di lavoro. E alla fine di tutte le considerazioni, non scaturiscono reali vantaggi per la produttività.

Ovviamente conta la qualità più che la quantità delle interazioni, colossi come Apple o Facebook sono grandi fruitori degli open space, ma non tutte le imprese viaggiano a certi livelli, anzi. Così nel frattempo si stanno elaborando nuove teorie che migliorino i rapporti, come un bilanciamento tra spazi comuni e privati o il concedere la possibilità di lavorare da remoto. Senza così dover per forza rimanere nell’inferno tragicomico di cui la serie Camera Café si faceva beffe.

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