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Tutto il mondo è Paese ostile (Aiutiamoli a casa loro pt.2)

Anche se le condizioni geografiche e politiche sono diverse, le migrazioni verso l’Europa e gli Stati Uniti presentano caratteristiche comuni. Il Mediterraneo senza dubbio rende tutto più difficile e in America centrale non ci sono guerre “ufficiali”, ma fare distinzioni sulle ragioni della fuga, che sia il conflitto in Siria, la repressione in Gambia, la povertà in Niger o la violenza dei cartelli (sequestri, estorsioni, reclutamenti forzati, stupri e omicidi) in Messico, El Salvador, Guatemala e Honduras forse non ha tanto senso. Sono solo alcuni degli aspetti che rendono certi posti difficilmente vivibili.

Il viaggio è per lunghi tratti identico, traversate di molti giorni nel deserto con tutti i rischi psicofisici del caso e i pericoli dell’affidarsi ai trafficanti, così come sono in aumento costante i minori non accompagnati che intraprendono queste traversate. La stima mondiale del 2016 è di circa 200 mila, la metà dei quali sono stati fermati al confine sud degli Stati Uniti. In pochi anni sono triplicati perfino quelli sotto i 14 anni, riporta Save the Children Italia, tendenza in linea con gli altri Paesi.

E poi ci sono i soliti discorsi, in Italia, Europa o America. Il “ci rubano il lavoro” si sta evolvendo in un apparentemente più raffinato “abbassano la qualità del lavoro e dei salari”. Motivazione che però punta il dito contro il problema sbagliato, non contro chi ne approfitta per decurtare gli stipendi ben oltre i limiti dello sfruttamento. “Aiutiamoli a casa loro” resta un classico cavallo di battaglia di chi liquida problemi seri e complessi in banali slogan che più o meno servono solo a scaricare la responsabilità e rinviare il da farsi.

Ovviamente “aiutarli a casa loro” sarebbe anche condivisibile, perché nessuno dovrebbe essere costretto a lasciare il proprio Paese ma dovrebbe poter scegliere se farlo, per tentare una nuova esperienza di vita ad esempio. Esattamente come può permettersi di fare molta gente nata nel lato giusto del globo. Ma “aiutiamoli a casa loro” non è mai inteso con questo significato.

In più, gli “aiuti” che l’occidente ha portato in giro per il mondo hanno già fatto abbastanza danni, tra sfruttamento delle risorse, mutamento di confini che ha portato a guerre tra etnie rivali o diviso popoli precedentemente uniti, rovesciamento di governi troppo a sinistra o comunque sgraditi, con imposizione di esecutivi fantoccio. Né è chiaro quanto un cittadino possa essere contento di spendere soldi pubblici per finanziare programmi all’estero che realisticamente darebbero risultati solo nel lungo periodo, in un panorama politico che invece pretende immediatezza.

Gli Stati Uniti hanno tentato un progetto pilota in Honduras, per incrementare la sicurezza di uno dei Paesi con il più alto tasso di omicidi nel pianeta supportando le autorità locali nell’addestramento e coinvolgendo la popolazione per una più consapevole cultura di giustizia sociale e collaborazione con le forze dell’ordine. Anche chi stima la bontà dell’esperimento, come la giornalista Sonia Nazario, autrice del libro Il viaggio di Enrique, che racconta la tratta migratoria dei minori non accompagnati, riconosce i limiti di questo programma, ancora troppo poco efficace anche perché non adeguatamente finanziato, specie in rapporto ai costi spropositati per controllare il confine.

Ma ci sono critiche maggiori. La protezione testimoni garantita dagli Stati Uniti per minare le organizzazioni criminali prevedeva un’iniziale trasferimento di 200 individui alla volta in Costa Rica, prima dell’approdo nella “terra dei liberi”. Tutto ciò è stato applicato solo per una famiglia salvadoregna, “per il basso numero di candidati”, ha risposto il Dipartimento di Stato. Secondo gli osservatori invece sono i requisiti ad essere troppo restrittivi e richiedere tempi lunghi. Paradossalmente bisogna dimostrare l’imminente minaccia e poi aspettare mesi il responso.

Il viaggio di Enrique, il libro di Sonia Nazario che racconta l’odissea dei minori non accompagnati dal Centro-America agli Stati Uniti

Vinicio Sandoval, presidente dell’International Detention Coalition, osservatorio per i diritti di migranti e richiedenti asilo che fa da intermediaria alle richieste protezione come tante altre associazioni, biasima la riservatezza della protezione testimoni. Secondo Sandoval i numeri non tornano, tra quelli reali e quelli rilasciati ufficialmente, né viene fornita una motivazione per il respingimento delle domande.

Deborah Kern, suora attiva nel Centro-America, ha inviato una lettera aperta al New York Times, sottolineando come il programma di protezione testimoni sia di fatto controproducente, minando le iniziative locali, creando gruppi rivali, ma soprattutto ignorando un quadro molto più ampio che la politica statunitense contribuisce ad alimentare. “Impunità, militarizzazione, corruzione. Se ignoriamo l’insieme, le politiche continueranno a contribuire alla violenza che consuma questo Paese”.

Se proprio non riusciamo ad aiutarli a casa loro, almeno cerchiamo di non peggiorare le cose.

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