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In guerra per l’acqua

Più del petrolio, della religione, dell’ideologia, del nazionalismo, di materie prime preziose. La guerra è sempre più mirata a controllare la risorsa più importante di tutte, l’acqua.

Per forza di cose, le civiltà si sono sempre sviluppate lungo corsi d’acqua, necessari per il sostentamento più diretto (bere) quanto per l’agricoltura. Nonostante i progressi tecnologici, non tutti sono riusciti ad ovviare alla scarsità idrica, investendo in costosi impianti per la dissalazione del mare (come gli Emirati Arabi Uniti) o per la depurazione perfino dell’acqua fognaria.

Anche l’avanzatissimo Israele in fondo mantiene l’occupazione in determinati territori come il Golan per l’approvvigionamento diretto alle fonti del Giordano. La questione sicurezza e difesa poteva valere decenni fa, quando le alture erano un punto di osservazione del nemico, ma con tutta la tecnologia satellitare a disposizione, l’occhio umano segnerebbe un bel po’ di passi indietro.

La guerra per l’acqua trascende le condizioni di sviluppo, non si è fermata ad antichi scenari di conquiste belliche e all’espansionismo di pratici condottieri desiderosi di acquisire le ricchezze, anche idriche, dei vicini. Buona parte dei conflitti in atto o comunque degli ultimi 50 anni ha nell’acqua uno dei motori principali.

E il Medio Oriente è uno dei tanti teatri. In Iraq, la diga di Mosul ha un ruolo cardine, pur tra tutti gli interessi politici, religiosi (la resistenza allo Stato Islamico) ed economici (la ricostruzione del Paese, appalto all’italiana Trevi) in ballo. In Siria la siccità è uno dei fattori che più contribuisce ad acuire la tensione e a mettere a rischio i trattati di pace, senza dimenticare la necessità di un interlocutore che negozi la spartizione delle risorse idriche con la vicina e ben più fornita Turchia.

Un militare italiano protegge diga di Mosul e interessi della ricostruzione. Fondamentale per l’approvvigionamento d’acqua nella zona, è diventata anche simbolo di resistenza e guerra al terrorismo islamico

Non lontano dal Tigri e dall’Eufrate, un altro fiume dalla grande valenza storica come il Nilo è al centro di contenziosi. L’Etiopia rischia di finire ai ferri corti con l’Egitto per i lavori lungo il Nilo Azzurro, vedi la diga Grand Renassaince, appalto Salini-Impregilo. Ma anche a sud il Kenya lamenta gli effetti della diga Gibe III, che ha fatto calare il livello del lago Turkana, alimentando tensioni fra le popolazioni locali.

India e Pakistan non sono mai stati i migliori amici. Oltre alla rivalità religiosa si contendono il Kashmir, non tanto per la lana pregiata quanto per gli affluenti dell’Indo che lì vi scorrono. Gli indiani inoltre condividono 54 corsi d’acqua con l’altro vicino islamico, il Bangladesh. Quest’ultimo teme di essere estromesso dalla cogestione del corso del Tista, su cui fanno affidamento numerosi abitanti.

Ancora più a est, a grande distanza dalla guerra del Vietnam rimane tensione nell’area, intorno al fiume Mekong. La sua acqua serve per irrigare le sconfinate risaie, prodotto fondamentale delle diete e delle economie locali. I già precari equilibri sono a rischio per la serie di dighe che ne modificano il regime e l’unica soluzione sta nella cooperazione tra gli Stati bagnati dal Mekong.

Questi sono solo alcuni esempi, ma la diplomazia scricchiola, per usare un eufemismo, in centinaia di altri posti in tutto il mondo, dal Sud America che protesta contro le privatizzazioni (Cile e Bolivia), al Nord del continente per gli interessi commerciali sul fiume Colorado fra Stati Uniti e Messico; all’Asia Centrale, intorno al Syr Daya, affluente del Lago d’Aral; all’Europa centro-orientale per le dighe lungo il Danubio tra Slovacchia e Ungheria.

Ismail Serageldin, “profeta” della guerra per l’acqua

La mano dell’uomo influisce non solo con le costruzioni, ma anche attraverso l’inquinamento e i cambiamenti climatici, che impoveriscono di qualità e quantità le falde. Uno dei tanti aspetti da considerare per i flussi migratori, soprattutto quando politici sbrigativi si rifugiano in slogan vuoti come “aiutiamoli a casa loro”.

Senza scomodare Nostradamus o catastrofismi da film post-apocalittici, nel 1995 Ismail Serageldin, all’epoca vicepresidente della Banca Mondiale, “predisse”, o meglio seppe leggere una situazione già in corso, che l’acqua sarebbe diventato il nuovo petrolio come causa scatenante di ogni nuova guerra. Almeno è un passo in avanti nella lista delle priorità.

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