Prosperity

Lo stereotipo del Tempo

Alice nel paese delle meraviglie è uno dei grandi libri in cui il tempo è una questione centrale… e relativa ! Un giorno Alice chiede al Bianconiglio: “Quanto dura per sempre?” E lui risponde: “Talvolta solo un secondo”.

Come immaginate il tempo?

Come una retta? O come un cerchio?

Nel primo caso probabilmente siete cristiani o musulmani, comunque cresciuti in una società che vi ha plasmati, senza che voi abbiate potuto rendervene conto od opporvi. Significa che quasi tutta l’umanità vive in un gigantesco stereotipo inconscio: il tempo lineare. Nel nostro “modo di pensare”, cioè, esiste un passato, che sta “indietro” nei giorni, un presente che stiamo vivendo, e un futuro, che è “davanti” a noi. Dal punto A per arrivare al punto C, passando per B. Dove C indica la fine della linea, della vita, della Storia, dove tutto si risolve svelando il significato dell’esistenza.

Ma perfino nell’immaginazione del tempo non c’è una sola versione dei fatti. Il tempo contrapposto a questo, di tipo circolare, era quello in cui vivevano gli antichi greci, e di fatto è come il tempo si svolge, da sempre. Per gli essere viventi, e quindi anche gli umani, significa solo essere sincronizzati con quello che si ha intorno, regolandosi di conseguenza di volta in volta, dando cioè il “giusto tempo” a ogni cosa. Fondamentalmente significa immergere la vita in un eterno presente, senza programmazioni di ogni sorta. Ed è infatti come vivono, come “vanno avanti” animali e natura, che non stanno certo a pensare al tempo per la casa, il lavoro, i figli…

una visualizzazione del tempo

Anni fa l’agenzia di comunicazione http://www.icastic.com lanciò il progetto di ricerca Visualizing time, chiedendo alle persone “Avete un’idea su come si possa visualizzare il tempo che passa?” Questa immagine “circolare” era una delle tante proposte…

Il tempo lineare a cui tutti noi pensiamo è stato introdotto dalle religioni, dalla Bibbia e dal Corano in egual misura, ed è stato agevolato dall’organizzazione economica che aveva tutto l’interesse a quantificarlo: “astratto e frazionabile, viene visto come un’entità lineare e misurabile” (wiki). Il tempo circolare, invece, si sofferma sulla qualità del tempo della vita. I greci infatti gli davano un nome diverso rispetto a chronos, che è solo il tempo a noi noto, quello che di fatto abbiamo adottato, più funzionale a questa gigantesca macchina di produzione e scambio (con molte falle) che è diventato il mondo; purtroppo ci siamo dimenticati che i greci dicevano che c’era anche un altro tipo di tempo, per loro altrettanto importante, il kairòs, ovvero il valore archetipico del tempo, la sua qualità.

Il filosofo Karl Löwith, un altro dei grandi tedeschi ebrei del Novecento, allievo di Martin Heidegger, rimase particolarmente colpito dalla questione del tempo, e per questo indagò da subito questa assurda “persistenza di schemi teologici nel nostro mondo secolarizzato”, come scrive Mauro Bonazzi sul Corriere. Si riferisce a Sul senso della Storia, un saggio che scrisse nel 1949, da poco riproposto da Mimesis Edizioni in occasione dei 120 anni dalla nascita del filosofo. Ed è in questo testo che Löwith auspicava il superamento dello stereotipo, il ritorno a questa saggezza più “realistica” che si fonda sul tempo così come si svolge, ovvero sulla “visione di cose visibili“, e “non un atto di speranza e fede in cose invisibili”. Questa “persistenza” nella nostra vita è più pericolosa di quanto possa sembrare, visto che “in un mondo in cui tutto ha senso, anche le atrocità peggiori finiscono per trovare una giustificazione”.

Se ci fermiamo un attimo, invece, lo vediamo subito che intorno a noi tutto gira. Il sole, le stelle, le stagioni, la vita, la morte e perfino “la circolazione del sangue”. Dal punto di vista ciclico, la storia che tutti i giorni ci propongono i telegiornali, quella su cui tutti aspettano una fine, un senso, è solo quella di piccoli uomini che vogliono conquistare la Terra, dando vita a eventi marginali rispetto al “tempo del mondo”, dove si svolge la vera Storia. Dovremmo insomma liberarci dal senso e semplicemente vivere!

il tempo è ora

Parafrasando un noto slogan… Time is now! (La vita è “ora”… letteralmente!)

Pensate che sollievo liberarsi dal concetto di “fine”. Nel senso: il realismo porta a constatare il decadimento e la fine in pressoché ogni cosa, ma non quando non esiste, e non per giustificarla. Chiudere gli anni, chiudere i mesi, i giorni, i secondi. Decidere quando finiscono. Così come chiudere i Paesi in confini astratti, così come interrompere il normale fluire dell’esistente (un fiume, un azione, un pensiero)… sono tutte cesure e interruzioni inutili o dannose che comunque applichiamo al mondo in modo artificiale. Interpretandolo come meglio può tornarci comodo. Questo è un tempo che ci aiuta a organizzarci, a guadagnare, a scandire i nostri doveri… non c’è dubbio, ma dov’è finita la qualità del nostro tempo e quindi della nostra vita?

Il tempo di oggi è un “lusso“, come sostiene il sociologo Domenico De Masi, dopo che è stato svuotato dalla ripetitività del lavoro, e derubato “dalla disponibilità insieme immediata ed eterna, ubiqua, dei cellulari e di internet“, scriveva tempo fa Paolo Fallai sempre sul Corriere, dove è l’orologio a segnare la divisione tra priorità e memoria. Rendendoci di fatto schiavi di un’immaterialità che condiziona la nostra vita.

Perché il primo gennaio devo festeggiare un tempo nuovo che in realtà è uguale al giorno prima? E di conseguenza tutto costa di più solo per il fatto che mi ci hanno convinta. Perché il primo gennaio è il primo giorno del religioso calendario gregoriano, che si rinnova ogni anno fatto di 365 giorni, che è il tempo esatto che ti invecchia ogni passo in più che fai in linea retta verso la fine e il senso della tua vita.

Ma se non fosse la fine? In questo caso converrebbe davvero vivere ogni giorno ben allerta nel presente! E per tornare al nostro amato stereotipo e alle frasi fatte (che un pezzo di verità la raccontano sempre), di fatto bisognerebbe “vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo”, sul serio, ma con l’idea che, anche se diverso, quel giorno tornerà per sempre (o almeno finché esisterà questo mondo).

È inutile tornare indietro a ieri, poiché ero una persona diversa allora.
Alice nel paese delle meraviglie

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