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Uno vale uno (o della satura libertà di espressione)

Mafalda e Manolito, creature del fumettista argentino Quino, sulla libertà di espressione una trentina d’anni prima di internet

Abbiamo già parlato di come internet sia, di per sé, solo uno strumento e in quanto tale sia neutrale. È l’uso che ne facciamo che lo porta ad essere, di volta in volta, rivoluzionario, reazionario, mediocre e tutte le sfumature intermedie. Allo stesso modo sta a noi utenti sfruttare al meglio il potenziale di libertà di espressione che la rete concede, o illude di fare.

Non è un discorso snobista. È giusto che le libertà di espressione e di opinione siano garantite a tutti, indistintamente. È un diritto sacrosanto. Sta(rebbe) all’intelligenza dei singoli capire l’opportunità di intervenire o meno. Facendo un parallelo sportivo, è un diritto di tutti iscriversi a una scuola di atletica. Ma se sei un fumatore di 100 kg che passa le giornate a guardare la tv sul divano dovresti sapere da te che non solo non puoi sfidare Husain Bolt, ma nemmeno un modesto dilettante.

A ognuno il suo campo, anche se per qualche strano motivo abbiamo creduto di essere tuttologi. Che non vuol dire non potersi formare una propria opinione, anzi, la consapevolezza è sempre importante. Basterebbe non ammalarsi di protagonismo, saper ascoltare prima di tutto. Un oncologo non deve necessariamente intervenire sulla Corea del Nord, a meno che non parli degli effetti delle radiazioni nucleari a livello medico; un matematico può anche astenersi su chemioterapia e cure del cancro alternative (sennò si fanno sempre esempi con mestieri poco qualificati).

Internet può essere una grande possibilità per il pluralismo. Chiunque può far sentire la propria voce, le proprie idee, senza spendere per la pubblicazione, come deve avvenire per i periodici in edicola. Grazie a internet sono stati aperti siti e blog di settore interessanti e utili. Un nome per tutti, tanto non è che abbia bisogno di pubblicità, i tutorial di Salvatore Aranzulla. Una svolta epocale per chi non ha tutta questa dimestichezza con la tecnologia informatica.

L’aforisma di Mark Twain sul voto, estendibile alla libertà di espressione che ci consente oggi la rete

Il problema è la saturazione, sui blog, sui social. Fino a pochi anni fa se un potere voleva reprimere la libertà di espressione, censurava. Ora siamo all’estremo opposto. Per citare Romanzo Criminale, che non ho visto, “se a Roma comandano tutti, non comanda nessuno”. Ovvero, se parlano tutti, non parla nessuno. Salendo al livello del Gattopardo, “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. O ancora Mark Twain diceva “se votare facesse qualche differenza, non ce lo lascerebbero fare” (in questo caso esprimersi più che votare).

Probabilmente siamo stati in grado di fare tutto da soli, perché impreparati, senza dare adito a ipotesi complottiste su piani malefici calati dall’alto (sono sempre “loro”). Le fasi di transizione sono difficili da capire e magari tra qualche anno tutto si assesterà in automatico.

L’uno vale uno è (ancora) utopistico. L’uno opinion leader e l’uno che segue non valgono uguale e non è una cosa necessariamente sbagliata, anzi. È il principio rivoluzionario di Marx e Lenin, che assegna all’avanguardia cosciente il compito di guida. Sarà anche anacronistico parlare di operai e proletariato, ma il concetto di fondo resta valido. Ma oltre al fattore qualitativo, va considerato quello quantitativo, i numeri. Si può avere la migliore pensata del mondo, ma se parliamo a una platea di potenziali centinaia o decine (se non unità) di persone, non abbiamo le stesse opportunità di chi già gode di un seguito di milioni di persone. Anche nel mezzo che sarebbe dovuto essere il più democratico ci sono le stesse gerarchie, solo un po’ più smussate. I media tradizionali, adeguandosi alla rete, stanno cercando di ridurre le distanze della piramide.

Alcuni programmi hanno portato l’opinionismo della “base” da internet al “reale”, anche se con obiettivi differenti. La Zanzara, in radio, esalta lo sfogo dell’uomo (o donna) qualunque, fornendo un fastidioso quanto antropologicamente interessante quadro della società, del peggio della società. Senso Comune, su Rai3, parte da una logica opposta, di puro intrattenimento, garbato, che può regalare spunti di riflessione interessanti senza lasciare spazio alla cieca rabbia. Sono due facce della realtà.

Diego Fusaro, filosofo ma soprattutto opinionista in tv.

Il problema è quando sono i “vertici” a non avere i requisiti per elevarsi. Abbiamo già scritto della morte del dibattito, della pessima scelta dei relatori che spesso viene fatta dai programmi in tv. Col risultato causa-effetto che il pubblico si adegua verso il basso perché i modelli sono quelli, ma allo stesso tempo i modelli restano quelli perché il pubblico, sotto sotto, quello vuole. Altrimenti certe trasmissioni avrebbero chiuso i battenti da tempo. O cambiato stile.

Davvero c’è bisogno di parlare in tv delle frasi omofobe di Marco Predolin al Grande Fratello Vip? Perché la sua opinione fa scandalo? Neanche fosse un’istituzione del Paese. Perché parlare dell’antisemitismo di Mel Gibson, dandogli importanza, o sentire le opinioni di Selvaggia Lucarelli e Diego Fusaro, il filosofo finto-marxista che sostituirebbe il programma di scambio culturale Erasmus, che ucciderebbe l’identità nazionale, con il ripristino della leva obbligatoria?

Ovvio che poi chiunque si senta legittimato a dire la propria, facendo disperdere gli spunti intelligenti nel mare di banalità senza fondamenta che finisce con lo screditare, generalizzando, tutto quello che si trova in rete.

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