Ethnos

Politica “indie”

Mappa delle autonomie, ed è solo l’Europa

Dal cosmopolitismo illuminista, all’internazionalismo marxista, all’idea sovranazionale dell’Onu e di altre organizzazioni. Dal ritorno al territorio con il fenomeno glocal, all’esplosione degli autonomismi. La chiusura del cerchio, dal particolare al generale e di nuovo al particolare.

Nel IV secolo a.C. la filosofia cinica predicava autarchia e al tempo stesso il rifiuto del radicamento in entità politiche, sovrastrutture che impediscono lo sviluppo del singolo. Il concetto diventa caro ai cosmopoliti illuministi del Settecento, come Voltaire e Immanuel Kant, avversi ai nazionalismi borghesi e perciò teorici di una cittadinanza universale, punto di incontro di una fratellanza basata sulle idee, la Ragione e un ordinamento giuridico comune.

Progetto ambizioso e utopistico, tanto che l’internazionalismo marxista correggerà il tiro, poggiandosi su una base più concreta. Non più abolizione degli Stati, ma solo il superamento dei confini per una cooperazione tra proletari uniti in organismi (appunto) internazionali, in nome della solidarietà. Può rientrare in questa corrente anche la Giovine Italia di Giuseppe Mazzini, che non ripudiava la nazionalità, anzi, ma considerava il nazionalismo una degenerazione.

Una vignetta di Mafalda di Quino:
“Se la maestra non si infuriasse, scriverei un tema fatto solo di domande. Noi amiamo il nostro Paese perché siamo nati qui? I turchi amano la Turchia perché sono nati in Turchia? Gli svedesi amano la Svezia perché sono nati in Svezia? I giavanesi amano Giava perché sono nati a Giava? Lo intitolerei ‘patriottismo e comodità'”

Il Manifesto di Marx ed Engels anticipava la visione della globalizzazione come mercato mondiale di prodotti materiali e immateriali (intellettuali), ma prevedeva la vittoria finale della classe lavoratrice, che avrebbe finito con l’eliminare rivalità e prevaricazioni tra Nazioni. Almeno per ora non si è verificata, ma chissà!

Anche la politica “mainstream” ha cercato si superare i particolarismi, scottata dalle due guerre mondiali. Prima la fallimentare Società delle Nazioni (1919), poi nel 1947 l’Onu, che a differenza dei predecessori continua la sua attività anche se con molti limiti. Le stesse organizzazioni continentali sono andate in questa direzione, in un contesto che lasciava presagire il successo della globalizzazione, nel senso migliore del termine.

Il difensore del Barcellona Gerard Piqué vicino alla doppia bandiera della squadra e della Catalogna. Schierato per l’indipendenza, è stato fischiato quando ha giocato con la maglia della nazionale spagnola

Finora l’occasione è sprecata, non che non vi siano stati riflessi positivi. Si è iniziato a considerare il mondo da un punto di vista non più eurocentrico o americanocentrico, abbiamo imparato a conoscere e rispettare tradizioni e culture, anche alimentari, di molti Paesi, c’è più consapevolezza sui diritti umani universali.

Dall’altro lato è aumentato lo sfruttamento del lavoro e dei lavoratori in economie fragili e lontane dalla sindacalizzazione in nome del libero mercato e sono proliferati fast food scadenti in tutto il pianeta. Così, per reazione al permanere dell’insicurezza socio-economica e all’affievolirsi (parziale) delle identità nazionali dovuta alle migrazioni, ci si è rifugiati nelle radici della tradizione statale quando non regionale o territoriale, presunto antidoto a questa finanza globale che, secondo una visione più o meno complottista e catastrofista, muove i fili e porta beneficio a pochi a scapito dei molti.

Manifesto di un convegno che cercava di coniugare sinistra e indipendentismo in un mondo globalizzato

L’auspicato multiculturalismo, se da una parte è un fatto, dall’altra risente di spinte autonomiste di porzioni di territorio sempre più ristrette. Con delle contraddizioni, come in Catalogna, dove pure la sinistra, che dovrebbe per tradizione essere internazionalista, riscopre l’orgoglio identitario. Perché il governo di Madrid sarà anche tiranno e accentratore, ma di fatto la Catalogna indipendente sostituirebbe una bandiera da sventolare con un’altra, un nazionalismo con un altro, se vogliamo ancora più selettivo, nell’illusione di affidare la gestione delle risorse a un’amministrazione che non sia più lontana dagli occhi e quindi dal cuore.

La spaccatura è sempre più evidente tra l’effettiva labilità dei confini e una reazione quasi fisiologica in momenti di profondo cambiamento, non facili da capire e decifrare, soprattutto in tempi brevi. Come nella musica e nel cinema, la politica “mainstream” è ora sfidata dalla politica “indie”. Chissà quale tendenza vincerà la battaglia, finale fino al prossimo cambio di direzione.

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